L’heavy ha una storia lunga e gloriosa, ma a tutto c’e’ un principio, elementi fondamentali che danno origine al tutto. Per la nostra amata musica uno di questi elementi e’ costituito da “Rising” dei grandiosi Rainbow di Ritchie Blackmore e Ronnie James Dio.
Proprio dalla formazione vorrei partire, a parte i due mostri sacri citati, conosciuti un po’ da tutti almeno di fama, troviamo un eccellente tastierista come Tony Carey, e una sezione ritmica da sogno, al basso Jimmy Bain e alla batteria il mai troppo compianto Cozy Powell. Nel precedente lavoro omonimo dei Rainbow, nonche’ loro esordio ufficiale, Blackmore aveva praticamente sostituito il chitarrista degli Elf (gruppo che spesso suono’ di spalla ai Deep Purple dello stesso Ritchie), e con quella formazione (che vedeva gia’ Ronnie dietro il microfono) incise un disco stupendo, tuttavia l’evidente voglia di migliorare la formazione porto’ Blackmore a dare il benservito a tutti i membri del gruppo ad eccezione di Dio, cosi vennero reclutati i musicisti presenti su questo lavoro. Che il “man in black” avesse un fiuto fuori dal comune per quello che riguarda i musicisti e’ noto, ma arrivare ad assemblare una formazione simile fu davvero un evento raro. Le alchimie erano perfette, basso e batteria evidentemente a proprio agio l’una con l’altro, Carey a tessere tappeti sonori ideali per le scorribande libere da ogni freno delle chitarre e della fantastica voce del piccolo folletto riccioluto.
Il risultato e’ questa mezz’ora poco piu’ che abbondante di musica heavy elevata ad arte pura, l’opener “Tarot woman” e’ introdotta da suoni molto settantiani per poi esplodere in un caleidoscopio di energia e potenza, ancora piu’ dura e decisa e’ “Run with the wolf” dove Dio mette in mostra il carattere piu’ selvaggio e rabbioso del suo modo unico di cantare, dopo due mazzate simili all’epoca ricorreva l’uso (in voga anche adesso peraltro) di inserire una ballata o un brano piu’ lento, invece i Rainbow vogliono affondare l’ascoltatore con “Starstruck”, un brano tanto breve quanto incisivo e deflagrante nel suo incedere possente e deciso, hard rock di immane fattura, ispirato, coinvolgente e allo stesso tempo cattivo quanto basta.
Inaspetto arriva il quasi rock’n’roll con la successiva “Do you close your eyes” con un piano alla Jerry Lee Lewis (no, non esagero…), ma e’ solo un preambolo a cio’ che arrivera’ con le due cavalcate conclusive. “Stargazer” e’ il nome di una delle piu’ grandiose e maestose cavalcate metalliche della storia di questa musica, da questi otto minuti e poco piu’ escono i dettami per centinaia di gruppi a seguire, l’intera scena metal sara’ segnata da questa canzone, ma mai nessuno piu’ raggiungera’ questo splendore compositivo, la grandeur di qesto brano non e’ spiegabile a parole, tutto e’ perfetto, le orchestrazioni sono magnifiche e terribili, incutono timore reverenziale, insegnano che la musica e’ un’arte antica e solenne cosi come ne mettono a nudo gli elementi moderni in un connubio unico, un insieme di emozioni virtuosismi e feeling incredibilmente complessi ma altrettanto facili da essere percepiti.
Come se non bastasse arriva “A light in the black”, possente anche piu’ della precedente e non meno bella, una furiosa cavalcata alla ricerca della luce nel buio, un esempio lampante di come suonare duro non equivaga automaticamente a dimenticare le leggi della melodia, sferzate ritmiche, assoli fulminanti e quella voce sempre lì, a dettare le regole che chi segue dovra’ assecondare con umilta’, si assencondare perche’ qui si parla del massimo, nessuno, neppure gli stessi Rainbow si sono mai ripetuti a questi livelli incalcolabili, nessuno e’ mai giunto vicino neppure con una intera discografia a quanto messo in mostra in questo breve saggio di musica. Da notare che, come se non bastasse, anche la copertina di questo immane capolavoro, di questa pietra angolare della musica, e’ qualcosa di unico ed irripetibile, un dipinto bellissimo, in grado di evocare quegli elementi epici ed elementali che permeano le sei composizioni di questo disco, un grande pugno che emerge da un mare nervoso e scosso da tempeste afferra quello che e’ il simbolo del gruppo di Blackmore, l’arcobaleno, quell’arcobaleno che ben sintetizza le incredibili sfumature che sono in grado, i Rainbow, di dare alla loro musica.

Questo disco e’ l’apoteosi dell’hard rock, la base di partenza di altri generi musicali oggi tanto in voga, nonche’ uno dei mattoni delle fondamenta dell’heavy metal. Non ci sono modi per consigliare a tutti l’ascolto di questo disco, non farlo e’ un atto di disprezzo per la musica heavy, chiunque sia appassionato di questo genere non puo’ prescindere da questo lavoro eccezionale ed irripetibile, ascoltatelo e ne rimarrete stupiti.

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