La scena progressive rock in Italia è sempre stata florida e ricchissima di band di valore ineguagliabile (PFM, New Trolls, Banco Del Mutuo Soccorso e tantissimi altri), tanto che, anche se è passato da un po’ di anni l’interesse di massa verso queste formazioni, la loro influenza si fa sentire ancora viva ed intensa nei gruppi di oggi. In particolare si è venuta a creare una corrente moderna che si ispira alla musica progressiva degli anni ’70 e la omaggia con un piglio decisamente più teatrale tramite opere concettuali che intersecano appunto con recitazione e musica in un unico continuum sonoro dal forte impatto emotivo.
A grandi linee i Quintessenza provano a fare proprio questo, cioè dar vita ad un concept album complesso e strutturato come una rappresentazione teatrale. La ricerca della conoscenza è il tema centrale attorno a cui ruota “Nei Giardini Di Babilonia” con la storia di un uomo che compie un viaggio interiore per arrivare a vedere con “occhi vergini” il mondo. Va però detto sin da subito che questo disco è un’opera troppo ambiziosa per lasciare anche solo dei piccoli particolari al caso, quindi si rende necessario che tutto quanto funzioni alla perfezione. Purtroppo non è questa la casistica che scaturisce dai solchi virtuali del terzo disco dei Quintessenza, i quali danno l’impressione di non essere ancora sufficientemente maturi per poter dare un senso musicalmente compiuto ad un concept intricato ed intimista come quello citato. Il grosso limite, a giudizio di chi scrive, risiede nella voce di Diego Ribechini, cantante che non riesce ad imprimere il timbro solenne e recitativo ad una parte che, di contro, richiederebbe un approccio più approfondito. Le sue linee vocali hanno una metrica troppo irregolare, fattore che non consente all’ascoltatore di godersi appieno anche il sottofondo musicale prodotto dagli altri strumenti musicali. Certo, molti potrebbero obiettare che, trattandosi di musica progressiva, è d’obbligo che esca dagli schemi, ma un conto è appunto sfuggire alle regole prestabilite, un conto è creare brani inserendo parti che mal si incastrano tra di loro.
Nel complesso spiace quindi bocciare (anche se lievemente, s’intende) il coraggio di sperimentare di un quintetto arrivato già al terzo parto discografico, ma come in tutte le cose va sottolineato che c’è chi è in grado di dedicarsi ad un’attività con successo e chi necessita ancora di tempo per riuscire a focalizzare al meglio la propria proposta. Nel caso dei Quintessenza la seconda possibilità va seriamente presa in considerazione.

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