E’ stato durissimo scrivere questa recensione. Ho infatti ascoltato il disco in questione per tantissimo tempo, ho cambiato idea un numero impressionante di volte e non sapevo cosa scrivere. Come al solito ho cercato di essere il piu’ onesto ed obiettivo possibile, ma non so quanto questa volta ci sia riuscito (i ‘ryche mi toccano troppo da vicino), a voi giudicare…
Fatta questa dovuta premessa, iniziamo. Come si sara’ ormai capito i Queensryche sono un mio grande amore ed aspettavo “Tribe” da tempo, avevo pero’ una brutta sensazione. Il deludente disco solista di Tate, la cacciata di Kelly Gray, le voci sulle liti tra i membri della band, i ritardi del disco, il ritorno di DeGarmo, le dichiarazioni sulla sintonia ritrovata dopo anni di screzi ed infine la nuova uscita di DeGarmo dalla band, tutto mi faceva presagire che il disco sarebbe stato una delusione. Questa volta l’hype non era per nulla positivo quindi, ed ero sicuro che il nuovo lavoro non mi sarebbe piaciuto…
Cosi’, quando finalmente “Tribe” e’ capitato tra le mie mani, non potevo che rimanerne deluso ai primi ascolti, come e’ avvenuto. Nonostante questo c’era pero’ qualcosa che faceva si’ che riascoltassi spessissimo “Tribe” e piano piano ho rivalutato il disco, e non di poco, pur continuando sempre a sentire un certo senso di insoddisfazione (che ancora permane). Da qui i miei dilemmi: “il mio ‘essere fan’ mi porta ad essere troppo duro con loro o al contrario sto cercando di farmi piacere il disco a forza ?”. Saro’ onesto: non ho la risposta. So solo che attualmente penso che quello che mi risuona nelle orecchie sia un buon disco. Non perfetto, ma buono.
Ancora una volta i ‘ryche hanno mutato pelle ed il sound di quest’album, seppure partendo da quello di “Q2k”, e’ molto piu’ moderno rispetto al passato. I 10 brani del disco sprigioniano infatti una modernita’ notevole ed una forte personalita’, collocandosi chiaramente in ambito rock (non aspettatevi del metal, seppur ci sia qualche momento “aggressivo”). E’ difficile pero’ parlare in generale di un cd come questo, dove i pezzi contenuti sono diversissimi tra loro, conviene percio’ analizzarli uno per uno.
L’opener “Open” (c’e’ pure il gioco di parole…), scelta come primo singolo, e’ un brano lento e cadenzato dal sound moderno e caratterizzato da un cantato di Tate che si mantiene su toni bassi. Ci ho messo diversi ascolti per apprezzare questo brano, che e’ carino ma da’ un po’ troppo una sensazione di pesantezza… lo definirei “elefantiaco”.
Fin dall’inizio invece mi ha colpito la successiva “Losing Myself”, canzone scandita da una elettronica insinuante in sottofondo e dotata di un ritornello molto riuscito (il pezzo e’ di facile ascolto, ma e’ anche “di classe”). “Desert dance” e’ il brano che era stato fatto sentire in anteprima sul sito, un pezzo dalle atmosfere orientali dotato di chitarre molto energiche. Anche qua inizialmente storcevo un po’ il naso, col passare del tempo invece la canzone mi ha convinto del tutto (a differenza di “Open”, che continua a lasciarmi un senso di insoddisfazione), compresa la tanto vituperata parte in cui Tate quasi rappa “Keep reaching c’mon c’mon” per diverso tempo. Pezzo interessante insomma, con un retrogusto “tribale” che ogni tanto fa capolino nel disco (come suggerisce il titolo).
La successiva “Falling behind” poi smorza l’energia, trattandosi di una specie di ballad. Il pezzo e’ apprezzabile ed entra in testa fin dai primi ascolti, si lascia ascoltare molto piacevolmente (soprattutto grazie all’interpretazione di Tate), tuttavia non e’ di certo un capolavoro. Decisamente interessante invece la successiva “Great Divide”. Questa e’ un’altra di quelle canzoni che vanno metabolizzate, poi pero’ incanta. Il sound della composizione e’ tranquillo e Tate fa un grandissimo lavoro, molto belle anche le chitarre, tra l’altro. Mi viene in mente solo un modo per descrivere questa traccia: “di classe”.
Segue “Rhythm of hope”, un altro brano lento e molto melodico, arricchito da dei begli arpeggi e da un Tate sempre in forma, che rende molto bene le atmosfere un po’ “sognanti” del brano. E’ poi il momento della title track, aperta da dei chitarroni e da una voce un po’ cantilenante e cupa che diventa successivamente un quasi “recitato”. Il tutto sa fortemente di “tribale” (il titolo e’ davvero azzeccato), il pezzo da’ come l’idea di essere basato su delle “pulsazioni”, il ritornello poi si risolve in una maniera un po’ piu’ melodica. Buona prova davvero!
Il seguente “Blood” e’ un altro brano di quelli “energetici”, tuttavia lo e’ in maniera diversa rispetto a “Tribe”. La potenza del brano e’ infatti meno “sfacciata” e fa da sottofondo ad una interpretazione molto particolare (direi quasi “ripiegata su se’ stessa”) di Tate, per poi venire fuori piu’ chiaramente nel ritornello. Un’altra bella composizione, non c’e’ che dire. E’ poi il momento di “Under my skin”, altro brano con dei chitarroni in vista e dal sound moderno (inutile sottolineare ancora una volta quanto Tate sia grandioso) che miscela una interpretazione del cantato molto sentita alle atmosfere da “nuove frontiere” della parte strumentale.
Ed infine c’e’ “Doing fine”… ho sentito parlare malissimo del pezzo in questione, eppure e’ uno dei pochi che mi hanno preso sin dall’inizio!! Ok, sara’ anche un po’ leggerino e non reggera’ il confronto con le “chiusure” dei dischi passati, tuttavia questa manciata di minuti calma e dolce (con qualche momento un po’ piu’ “pesante” pero’) si lascia ascoltare molto, molto piacevolmente ! Giungiamo cosi’ alla fine del disco (purtroppo non posso dire nulla sui testi, elemento che nella musica dei ‘ryche ha sempre avuto un certo peso, non avendoli sottomano)…

Insomma, tentando di giudicare lucidamente, i pezzi buoni in questo album ci sono e non sono pochi, tuttavia permane un certo senso di insoddisfazione che pero’ non mi impedisce di dare un voto alto al disco (da qui i miei dilemmi sull’ oggettivita’ espressi inizialmente). “Tribe” resta comunque un album veramente di classe, tutti gli appassionati dei Queensryche (ed anche chi apprezza un certo rock moderno e personale) dovrebbero averlo, ma resta il fatto che non e’ quel capolavoro che ci si poteva aspettare. E’ tutto.

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