Premessa: In Absentia è già disponibile negli USA. L’uscita europea è prevista per Gennaio/Febbraio 2003.

Prima di ascoltare In Absentia mi chiedevo quale faccia avessero mostrato questa volta i Porcupine Tree poiché, durante la loro lunga attività (Steven Wilson creò il gruppo nel 1987), si sono avventurati in molteplici territori, da quelli psichedelici di Voyage 34 a quelli più squisitamente pop/rock di Stupid Dream, sempre con ottimi risultati ma senza mai smettere di evolvere verso nuove sonorità (anche se, tocca dirlo, il “cordone ombelicale” che li lega ai Pink Floyd è tutt’altro che reciso). In tutti questi anni il gruppo di Wilson ha saputo creare un vasto seguito di fan (specie qui a Roma, città alla quale la band è molto legata), aggiudicarsi ottimi giudizi di critica e attirare su di sé l’attenzione delle major discografiche fino a giungere al contratto con l’Atlantic records, che ha fornito un cospicuo budget per le registrazioni (e il risultato si sente..).
Infatti la prima cosa su cui vorrei focalizzare la vostra attenzione è la produzione, davvero eccellente, ad opera dello stesso Steven Wilson (che, ricordo, ha anche prodotto lo splendido Blackwater Park degli Opeth). Da annotare è anche un piccolo cambio dietro le pelli, che riguarda Chris Maitland, rimpiazzato il bravissimo turnista Gavin Harrison (che ha lavorato con molti artisti pop italiani). Ma iniziamo a “sviscerare” le sonorità di questo nuovo lavoro: le novità più grosse che possiamo denotare in questo album sono l’aggressività delle chitarre in alcuni brani (ad es. Blackest Eyes, Wedding Nails) e l’uso virtuosistico della batteria (che però alle volte è un po’ fuori luogo).
Devo ammettere che Steven (che è anche il compositore dei brani), in questi anni ha perfezionato l’arte compositiva, portandolo a dipingere perfetti chiaroscuri, grazie ad un uso eccezionale delle chitarre e della voce: come esempio prendiamo sempre “Blackest Eyes”, il cui collegamento tra l’indemoniato riff iniziale di chitarra e il tranquillo inizio del cantato ha del sublime (per non parlare poi del ponte!!)! Immaginate un temporale spaventoso, con fulmini e tuoni: ecco, l’intero album è annegato in atmosfere tempestose che alcune volte risolvono in momenti solari, mentre altre in parti più “oscure”… Tra i tanti, ottimi brani, spiccano “Heartattack In A Lay By”, un brano lento, struggente, dove prima un Wurlitzer e poi un piano sorretto da archi accompagnano un intricato lavoro vocale. Discorso a parte va fatto per “The Sound Of Muzak”, che contiene un ritornello meraviglioso in un contesto più che buono: fatto sta che è impossibile dimenticare quel “One of the wonders of the world is going down / It’s going down I know / It’s one of the blunders of the world that no-one cares / No-one cares enough” che recita Steven durante il chorus.
Impossibile non citare anche la strumentale del disco, “Wedding Nails”, aggressiva quanto elaborata nell’arrangiamento. Per dare un giudizio complessivo sulle canzoni, i brani sono vari e tutti molto interessanti, nonostante qualche mezzo passo falso (forse “Trains”?) e qualche piccolo capolavoro (come la ipercitata “Blackest Eyes” e “Heartattack in A Lay By”).
Toranando ai musicisti, devo dire che l’innesto di Harrison alla batteria non fa rimpiangere Maitland, in quanto drummer di classe e di gran tecnica, anche se in alcuni punti sembra un po’ “staccato” dalla musica (ma credo sia un difetto del suo essere turnista). Gli altri musicisti li conosciamo tutti, a partire da Wilson stesso, dotato di una voce dolce e malinconica e di una capacità musicale eccezionale.

Tirando le somme, In Absentia è il disco che mi ha colpito di più in questo 2002 piuttosto povero di grandi uscite musicali e, in tutta sincerità, credo che questo album piacerà a molte persone.

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