“P.S.I.” e’ il sesto album dei Pitchshifter ed e’ il loro ritorno dopo il piccolo tuffo nel mondo delle major effettuato con il precedente “Deviant”. La Universal ha scaricato la band non soddisfatta delle vendite, tra l’altro ragguardevoli, del loro penultimo disco e cosi’ i nostri sono tornati ad una dimensione che, sebbene meno esposta al grande pubblico, sembra piu’ adatta a loro. A ben pensarci poi il grande pubblico ha avuto l’occasione per conoscerli con l’OzzFest dell’anno scorso, peccato che abbia preferito gli altri gruppi del carrozzone con il singolino in classifica… Ma i Pitchshifter non sono una band da una hit e via come tanti gruppettini che ora vanno per la maggiore, sono invece dei ragazzi che hanno sempre voluto crescere e sperimentare mantenendo la loro integrita’, e questo lo dimostra l’evoluzione del loro sound fin dalle prime uscite sotto la Earache. E questa integrita’ e’ presente anche in in un lavoro come questo nuovo disco, seppur dotato di influenze rock/pop che rendono immediatamente canticchiabili la maggior parte dei brani.
Ma cosa e’ cambiato rispetto a “Deviant”? I Pitchshifter continuano sulla loro strada e mescolano con sempre maggior maestria il metal e l’elettronica, con risultati sempre piu’ esaltanti. “P.S.I.” (che sta per Pitch Shifter Industries, gioco di parole riferito al fatto di essere considerati da molti una band industrial) e’ un gran bel disco, composto da 12 tracce in cui si fondono elementi metallici, suoni elettronici caratteristici dei club inglesi e una buona dose di melodia. Come avrete capito i Pitchshifter sono indubbiamente una band molto particolare che non ha paura di mischiare elementi tanto distanti tra loro, e il tutto e’ fatto con onesta’ e coerenza. Tra l’altro la classe si sente subito ad un primo ascolto, basta notare come l’album metta in evidenza principalmente i chitarroni graffianti, cesellandoli poi con una miriade di effetti elettronici cosi’ ben innestati e “subdoli” che quasi non ci si accorge della loro presenza! Per non parlare poi del cantato che affianca parti rabbiose e parti piu’ rilassate senza dare l’impressione di forzatura (come spesso succede).
E’ opportuno inoltre spendere due parole anche sui testi, meno polemici che in passato ma sempre molto acuti e curati, e sulla produzione, che e’ un po’ “casinara” nelle parti di chitarra piu’ aggressive, ma che fa il suo effetto…
Ah, come avrete notato non ho citato una canzone in particolare. Questo perche’ il disco viaggia tutto su un buon livello senza tanti sbalzi di qualita’ (sebbene la prima parte sia un po’ meglio della seconda), ma se proprio volete qualche nome vi dico “Stop talking (so loud)”, “Eight days” e “Whatever”.
Insomma, questo e’ un disco che i puristi del metallo devono evitare come la peste, ma se siete un minimo open minded e non disprezzate l’elettronica e l’orecchiabilita’ dovreste dargli un ascolto, basta poco per ritrovarsi immersi fino al collo in questo “P.S.I.” !!

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