Stavolta ci troviamo di fronte a un album che ha tutte le carte in regola per essere giudicato tra i migliori dell’anno. Un album di pregevole fattura che unisce il presente e il passato, ricco di emozioni . In questi ultimi anni diverse volte si era pensato ad un ritorno alle sonorità degli album piu’ famosi, specialmente “In Requiem”, lavoro di non elevato spessore artistico ma che si fece apprezzare. Oggi dopo diversi ascolti del nuovo “Faith Divides Us Death Unites Us” possiamo confermare il ritorno alle origini tanto sperato, ma non per questo bisogna ignorare i passaggi piu’ “soft” del gruppo.
Infatti questo nuovo album ripercorre per intero la carriera del gruppo e per questo o si puo’ annoverare tra i migliori lavori di sempre del gruppo. Gia’ perché i “Paradise Lost”, croce e delizia del gothic metal , nel bene o nel male, hanno sempre fatto parlare di sè, non facendoci dimenticare che ad oggi sono rimasti tra i pochi a portare in alto il nome del gothic originario che è il loro imprescidibile marchio di fabbrica.
Si parte con “As Horizons End” brano che potrebbe tranquillamente far parte del precedente lavoro, in cui riecheggiano tracce del passato, in un pezzo molto duro ricco di riff pesanti e dalle atmosfere affascinanti risultando uno deii migliori dell’ album.
Altro pezzo forte è “ I Remain” travolgente doom-metal; un brano ben strutturato ma non per questo immediato, dove il ritorno alle origini è fortemente evidente. “First Light” segue la linea del precedente pezzo, ma qui la calda voce di Nick Holmes, i cori, il gran lavoro alla batteria e alla chitarra, fanno di questa song un’altra conferma dell’album.
“Frailty” non si ferma un attimo, lasciando l’ascoltatore con il fiato sospeso fino all’ultimo secondo, facendomi rivire le sonorita’ del grande “Shadows Of God”. “Faith Divides Us Death Unites Us” invece è tra le piu’ raffinate del lotto, celando dietro le musiche quel senso di tristezza che solo loro sanno fare, tra le piu’ “easy” e che se volendo, le atmosfere sembrano prese da album come l’omonimo o “Symbol Of Life”.
Altra hit è “The Rise Of Denial” con il suo sano gothic di pregevole fattura, dove la voce ritorna ad essere cattiva, i ritmi potenti e rabbiosi, e che dal vivo non sara’ che una vera bomba come anche “Living With Scars”, ricca di oscurita’ tanto indemoniata quanto tenebrosa per una song che regala emozioni continue.
In “Last Regret” un dolce piano introduce la musica struggente di un pezzo addolcito dalla voce piu’ emotiva di Nick, con lo scorrere del brano fino ad arrivare al finale dove la buona musica melodica di qualita’ la fa da padrone.
Aprite le porte dei vostri sogni e accogliete “Universal Dream” come avete fatto con le atmosfere di “Draconian Times”; quì ritroverete un grande pezzo gia’ ascoltato in quell’ album… a voi il compito di risolvere il facile quesito.
Chitarre taglienti e cupe melodie in “In Truth”, colma di ritmi varieggianti ma evocativa al punto giusto per uno dei pezzi che per certi versi rappresenta la piccola novita’ dell’album proprio nel finale.
Meritevoli di grande rispetto, della serie “la classe non è acqua”, grande album. Fatevene una copia a tutti i costi e se ne avete la possibilita’ prendetevi il doppio cd o il vinile, perché dei “Paradise Lost” bisogna avere sempre tutto. Per i fan penso sia proprio un invito a nozze, per un gruppo che con la propria musicalita’ ha fatto la storia di un genere. Re indiscussi.

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