Siamo soltanto all’inizio del 2007, ma probabilmente l’album dell’anno è già uscito. I Pain Of Salvation ci presentano il successore del controverso “Be” (un album buono, ma troppo pretenzioso e non del tutto riuscito) e non solo hanno superato indenni la perdita di Kristoffer Gildenlöw, ma sono riusciti anche a realizzare un album in grado di stupirmi. “Scarsick” è stato amore al primo ascolto, un lavoro capace di rapirmi fin da subito e decisamente adatto al suo ruolo di seconda parte di “The Perfect Element” (perché di questo si tratta, anche se la band lo ha tenuto nascosto fino all’arrivo del cd nei negozi). La nuova fatica degli svedesi, abbandonata la tripartizione che aveva caratterizzato tutti gli album precedenti, si divide in due metà ben distinte tra loro: una prima (“Side A”) più legata agli esordi della band e più sperimentale ed una seconda (“Side B”) più legata al secondo periodo della band e più “di consolidamento”. Per quanto mi riguarda trovo che il “Side A” sia decisamente superiore al “Side B”, che risulta comunque interessante ma che mi ha affascinato di meno (e che stranamente ho apprezzato di più dopo diversi ascolti, nonostante sia la parte meno sperimentale del disco). “Scarsick”, e adesso vi farò il track by track perché l’album se lo merita, si apre con l’omonima canzone, un brano decisamente energico che mescola momenti rappati e momenti più morbidi ma comunque inquieti. Rispetto al disco precedente la composizione suona asciugata, ruvida e diretta, la pretenziosità di “Be” ha lasciato spazio ad un’urgenza che sembra quella di “Entropia”, un’urgenza rabbiosa che esplode ancora di più in “Spitfall”, una “Used” all’ennesima potenza dove il cantato delle strofe è un freestyle degno di una “rap battle” che sfocia in un ritornello melodico ma allo stesso tempo arrabbiato e nervoso. Le atmosfere si placano poi con “Cribcaged”, che si apre in maniera quasi country e con dei versi di neonato (Daniel è diventato padre, e fa piacere sapere che ha superato il trauma dell’aborto che aveva descritto qualche anno fa in “A Trace Of Blood”) per svilupparsi in una maniera molto sentita ed “intima”, nonostante i molti “fuck” contenuti… e poi la sorpresa! “America” è una canzone come non si era mai sentita dalla band, scanzonata ed allegra (nonostante il testo molto critico, come si può facilmente immaginare dal titolo) e dotata di un piccolo tocco di classe (lo stacchetto con lo speaker, non dico di più per non rovinare la sorpresa) che apprezzo ogni volta, “Disco Queen” è invece semplicemente il capolavoro dell’album, un brano che mischia parti disco con tanto di falsetto alla Bee Gees (il ritmo però ricorda “Blue Monday” dei New Order) a crescendo di inquietezza oscuri ed ambigui. Sentite in particolare come sono realizzati gli “snodi” tra le varie parti, i Pain Of Salvation sono riusciti ad amalgamare perfettamente le varie e diversissime componenti di questo brano, non sono molti i gruppi capaci di comporre cose del genere! Con “Kingdom Of Loss” si apre poi la seconda metà del disco, il pezzo è più melodico e caldo di quanto sentito finora e richiama “The Perfect Element Part I” pur non raggiungendone il livello (la parte finale comunque riesce a colpire in profondità). “Mr. Modern Mother Mary” è invece il punto debole del cd, una composizione elettronica e dissonante che appesantisce il fluire del disco e che non mi ha convinto (nonostante io non disdegni l’elettronica e la – è questo il momento più strano della seconda metà di “Scarsick” – sperimentazione). Con “Idiocracy” si torna comunque subito su altissimi livelli (il meglio del “Side B” lo si trova qui e nella traccia successiva) grazie alle atmosfere che riesce a ricreare e alla sua “controllata schizofrenia”, elementi che caratterizzano anche la seguente “Flame To The Moth”, una canzone aggressiva e dinamica che sa farsi apprezzare. Chiude infine il disco la lunga “Enter Rain”, umorale e sentita ma che probabilmente sarebbe stata migliore se il minutaggio fosse stato più basso (piccola curiosità: se fate attenzione sul finale sentirete il volume abbassarsi sempre di più mentre la musica continua, come se la band ci lasciasse con un “to be continued”).

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, si potrebbe disquisire sui testi (“Disco Queen”, per esempio, oltre ad essere notevole dal punto di vista musicale ha anche un testo che offre vari livelli di lettura, mentre infatti a prima vista parla di due persone che stanno avendo un rapporto sessuale abusivo in un luogo pubblico o di un uomo che sta ascoltando un vinile, basta tuttavia poco per capire che si sta trattando invece della commercializzazione di sè stessi e degli altri tipica della nostra società, con inoltre una piccola frecciata all’industria discografica) o parlare dell’artwork, ma io mi fermo qua. Spero di avervi incuriosito almeno un po’, in ogni caso ora faccio ripartire il cd e ribadisco quanto scritto in apertura: probabilmente il disco del 2007 è già uscito.

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