Pubblicato nel 2012
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Il duo formato da Moore, ex tastierista Dream Theater (parte vocale e tastiere) e Matheos (chitarra, basso e tastiere), ritorna con un nuovo album “Fire make Thunder” , uscito il 27 marzo . Si vede il ritorno e la collaborazione di Harrison dei Porcupine Tree per quanto riguarda la parte alla batteria (e si sente parecchio, a parer mio, la sua presenza), collaborando anche per la scrittura di una track all’interno dell’album. Il disco è stato prodotto dagli stessi Moore e Matheos: Moore ha scritto i testi, mentre Matheos si è occupato della parte strumentale. Di recente, in un intervista, Matheos spiega il significato del titolo dell’album e molto semplicemente dice che dietro a questo titolo non c’è un tema fondamentale , quindi non ci troviamo davanti un concept album di carattere.

Per quanto riguarda invece la parte strumentale troviamo la presenza, anche se non in larga parte, ma solo come accompagnamento d’entrata ai pezzi, distorsioni rumorose ed il pedale detto Super Sonic Gin Fuzz (usato ad esempio parecchio in ‘Wind Won’t Howl’), che non stona affatto con l’album, ma da quel tocco in più, più futuristico, più particolare. Rispettando sempre le loro intro che iniziano sempre con un suono e non con riff di basso o di chitarra, ricordando davvero un po alcuni vecchi pezzi prog ( portati alla luce in questo caso, in maniera “moderna”) in questo album, a differenza dell’altro, “Blood” del 2009, la parte heavy si sente molto meno, quindi nel complesso l’album è più tranquillo, più pacato, meno pesante e meno carico. Effettivamente è proprio così: quest’album non possiede melodie tristi, ma moderatamente malinconiche, che sfociano in ritmiche e arie sognanti, date in alcuni pezzi, anche dalla presenza di un piano che poi va a distorcersi nell’intro ( ad esempio ‘Enemy Prayer’ ) ma poi continua con giro di basso e batteria che spezza la “base” del piano poco fa citata.

L’intenzione di non comunicare nulla di particolare in questo album è stata esplicitamente spiegata da Matheos, soprattutto per quanto concerne il Brano di apertura “Cald Call” dove vede l’intro della voce di un uomo, per radio, che chiede di non chiamare nello studio da dove stava parlando e finisce con un fraintendimento (un avvenimento realmente accaduto per radio negli anni ’70 e ricercato da Moore) ; non ha significato questo particolare appunto, ma come sostiene lo stesso Matheos accompagnava bene ed in maniera leggera e fresca l’inizio dell’album ed è attraente tuttavia per le orecchie di chi ascolta ; ed effettivamente è così, non è necessario che ci sia sempre un motivo o un concept dietro per dare vita a un album prog. Se dovessi riassumere le caratteristiche di questo album, direi che ci troviamo davanti a un disco eterogeneo, fresco, abbastanza brillante, ma nulla di eccezionale. Forse per i miei gusti che preferiscono qualcosa di un po più pesante, non lo trovo noioso, assolutamente, ma un po’ “insapore” per quanto riguarda certe parti. “For Nothing” a mio parere è uno dei pezzi più belli nonostante non ci sia la presenza di “mezzi musicali pesanti” e la conclusione di “Invisible Men” fa risalire di parecchie tacchette il mio “piaciometro” perché rende molto bene la figura, a parer mio, di un uomo invisibile, soprattutto per la parte strumentale, che in questo album è molto più presente, al mio orecchio, rispetto a quella vocale.
Io personalmente ci sento anche un po’ di pop in questo disco, pochissimo, però lo sento, quindi direi che è accessibile non solo da chi ama questo genere, ma anche da chi non lo ama completamente.

Bene, per definirlo con un aggettivo, questo lavoro direi che è un bel disco prog “primaverile”, leggero, non impegnativo, rilassante, si ascolta bene in poche parole, è vario al suo interno per quanto concerne appunto la parte strumentale e si merita attenzione come disco. Lo categorizzerei più in un prog rock che in un prog metal, proprio per la bassa presenza di “heavy”.
Nota: E’ già il secondo album prog che fa utilizzo dell’effetto “radio” , come per gli It Bites. Forse c’è molta voglia di rievocare il passato e questa caratteristica “post-modernista” all’interno delle canzoni non stona affatto, ma da un tocco di classe in più.

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