Pubblicato nel 2014
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L’argomento “Opeth” nel 2014, è senza dubbio il più discusso nei forum dedicati soprattutto al prog rock e metal. Nonostante la catastrofe di “Heritage” , la band svedese, che prende il proprio nome dalla Città della Luna (Opet) tratta da “L’Uccello del Sole” un libro di Wilbur Smith, riesce comunque a tenere alto il proprio profilo, facendo parlare di se anche con questo nuovo disco “Pale Communion”.

Uscito nel mese di agosto di quest’anno per Roadrunner Records e mixato dall’ormai compagno fisso di “merende” Steven Wilson, “Pale Communion” è l’undicesimo disco degli Opeth. Un disco sospirato, attesissimo dai fan opethiani e piuttosto agoniato perché “Heritage” fu davvero un fiasco totale, quindi Mikael Åkerfeldt doveva assolutamente recuperare materiale sufficiente per non rovesciarsi definitivamente nel baratro della caduta libera e trovare anche una piccola percentuale di riscatto.

Line up, stabilizzata con Fredrik Alkesson come seconda chitarra, Joakim Svalberg alle tastiere, Martin Mendez al basso e Martin Axenrot alla batteria. Tuttavia il ritorno di Martin Lopez alle pelli, per le grandi occasioni, si può apprezzare in ben due brani del platter ovvero “Goblin” , un vero e proprio omaggio alla storica band fondata da Claudio Simonetti per poter scrivere le colonne sonore dei film di Dario Argento  e “Voice Of Treason”. Tematiche che restano sempre sull’oscuro mondo dell’uomo, della sua ricerca della vita e della sua rinascita. “Cusp Of Eternity” resta forse il brano più entusiasmante dell’intero disco, ma è con “Moon Above Sun Below” la terza traccia tipicamente Opeth che si ritorna un po’ al passato. Gli altri brani come “Elysian Woes” e “River”, tendono ad essere troppo noiosi, lunghi, un mix di arrangiamenti anche lontani dal prog, come il trip hop e tratti di fusion jazz, che forse si potevano evitare.

“Pale Communion” è un disco fatto comunque bene senza tante pretese, con estrema cura nei dettagli maniacali dei riff e dei ricami fusion jazz e trip hop mischiati nel prog, sia da parte di Åkerfeldt che anche dagli altri componenti. Non è uno dei loro dischi migliori questo senza alcun dubbio, tuttavia non è nemmeno un fiasco totale. Non si riesce a dare oggettivamente un voto alto, ma neanche un voto basso, perciò resta senza alcun giudizio. Inclassificabile. E’ un lavoro che può piacere o può essere detestato ad ognuno la propria scelta.
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