Ci sono molti chiavi di lettura per interpretare un disco; certe volte persino il titolo può essere sufficiente a fornire spunti interessanti. Nel caso degli Opeth, “Watershed” poteva essere considerato un vero e proprio spartiacque, un disco che pur non rinnegando il sound che ha reso famosa la band accentuava determinate caratteristiche peraltro già presenti sin dagli albori. Il nuovo “Heritage” si presenta come un riferimento sin troppo evidente all’eredità dei maestri del prog rock, complice anche una copertina zeppa di simbolismi che rimandano all’iconografia di gruppi come i Jefferson Airplane. Certo la rielaborazione di quel sound non è una novità per Akerfeldt e soci ma ho come l’impressione che questo disco, proprio per le sue caratteristiche intrinseche, sarà bollato da molti come il classico passo più lungo della gamba. La totale assenza di growl che pure causerà un bel po’ di mal di pancia fra quelli della vecchia guardia, non è affatto condizione di maggiore accessibilità. “Heritage” è un disco impegnativo anche per chi ha le orecchie allenate, che solo a un primo distratto ascolto verrebbe da catalogare come progressive. E pensare che l’inizio non è neanche così traumatico: la title track in apertura è un malinconico arpeggio di pianoforte che per un ci riporta alle oscure atmosfere di “Orchid”, mentre ad un ascolto attento il singolo “The Devil’s Orchard” non sembra neanche rinnegare troppo lo stile tradizionale della band; da qui in poi veniamo letteralmente catapultati indietro di trent’anni ed “Heritage” si rivela in tutta la sua natura, ovvero un disco scandito dal lato minimale della band (“Haxprocess”), capace ancora una volta di disegnare partiture sopraffine che lambiscono i territori del free jazz e del vecchio prog rock. Impossibile non cogliere la natura di jam session su un pezzo come “Nephenthe”, o gli echi dei Jethro Tull su un pezzo come “Famine” o sulla splendida “Folklore”, nettamente il pezzo più suggestivo del disco. Fa invece un certo effetto vedere la band maneggiare con disinvoltura i riff di Ritchie Blackmore su un up tempo atipico come “Slither”. Come era sentore “Heritage” rappresenta la sterzata definitiva verso un sound “pulito” spogliato del classico growl e delle ripartenze death. Tutto questo non fa però di “Heritage” un disco commerciale: resistono le atmosfere decadenti, le suggestioni jazz, le partiture dissonanti e impenetrabili della band svedese. E come detto, le sorprese non sono poche. “Heritage” è un disco controverso, che richiederà mesi di ascolti e di pause, che sarà ancora causa di accesi dibattiti fra fan e detrattori ma che, ancora una volta è scevro di banalità, come tutti i dischi delle grandi band.

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