Correva l’anno 1993; il poliedrico musicista Karl Sanders diede vita ad una macchina infernale destinata nel tempo a consolidarsi quale punto di riferimento di milioni di fan che esponenzialmente ancora crescono con la loro fama. La macchina fu battezzata Nile…e fu subito storia.

Dopo due anni di distanza dal controverso Ithyphallic, i paladini del death metal ritornano più in forma che mai con il secondo album per la major Nuclear Blast: Those Whom The Gods Detest.
Chi aveva intravisto qualche nube nel futuro della band statunitense si sbagliava di grosso, poiché quel che mi appresto a recensire è la consacrazione di una carriera senza fine.
Le atmosfere sono come sempre agitate e claustrofobiche, la proposta, che non di rado risuona come una preghiera(esempio, 4th Arra of Dagon), diviene ancor più solenne.
Partenze fulminee e immaginarie melodie; rallentamenti cadenzati fanno da intro all’ennesimo cambio di tempo che sbocca in un solo mirabile. Un vortice emozionale mi stringe lasciandomi senz’altro fiato per riferire tanta bellezza.
Ammalianti sinfonie e cori affascinanti accrescono la furia di un turbine che dalle sabbie prende vita, e da Anubis brandisce forza.
La limpidezza della produzione accresce il gusto valorizzando ogni singolo secondo.
In Those Whom The Gods Detest nulla è lasciato al caso e mancano quelli che in Ithyphallic erano episodi da dimenticatoio. L’album scorre penetrante, una randellata supersonica in cui il growling schiuso di Sanders governa con intensa ferocia; le chitarre ringhiano ampollosamente, un sovrumano George Kollias è creatore di una ritmica chirurgica in cui la sua tecnica rispende nobile.
Sanders e di Dallas Toler-Wade sono, dal punto di vista tecnico, ormai ad un livello quasi irraggiungibile, ma questo lo si sapeva ormai da tempo.
Incoercibili, i Nile s’impegnano per far sì che ognuno di noi si privi di ogni residuo umano per sottometterci sfibrati dinanzi ad un avvilente assoluto.

E’ un diletto ascoltare una band che con tanta passione crea musica depredante e allo stesso tempo sublime, generando un connubio sensuale.
Inutile fare un track-by-track, sarebbe banale e prolisso per un platter simile. Vi basti sapere che nel finale a mio avviso si raggiunge l’apoteosi, con la superba Iskander D’hul Karnon, un sunto di tecnica e classe tale da far venire la bava alla bocca.
Credo che i Nile siano tra i pochi gruppi al mondo ad afferrare davvero chi li ascolta, arrivando a filtrarsi nelle carni con violenza. Ecco perché non è una band di facile comprensione a molti, anche se vi sembrerà vero il contrario.
Per chi crede che i Nile siano morti, così come il death metal…godetevi questo capolavoro!

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