Ci sono band che riescono ad elevarsi sopra le altre. Ci sono band che sono dotate di personalità, carisma e intelligenza. Ci sono band, soprattutto, che suonano in modo originale, fresco e in pratica con ogni disco riescono a creare un piccolo gioiello.
Ci sono i Nevermore.
Band come queste però non sempre vengono apprezzate da tutti e, anzi, tendono a dividere in due parti i giudizi degli ascoltatori: chi li adora alla follia, come il sottoscritto, e chi li ritiene pompati dalla critica, cerebrali e freddi.
Se devo essere sincero, all’inizio della mia esperienza nevermoriana, (cominciata con “Dreaming Neon Black”), ero schierato col secondo partito ma, poco a poco, ascolto dopo ascolto, giorno dopo giorno, mi sono ritrovato a fare parte della prima “élite”. E questo “Enemies of Reality”, dopo qualche lieve incertezza iniziale, ha soltanto rafforzato la mia opinione.
Si parte subito con un gran pezzo di canzone, la titletrack (liberamente scaricabile in formato MP3 dal sito ufficiale del gruppo), che ci immerge direttamente nelle sonorità caratteristiche dell’album, sonorità fatte di giochi vocali volutamente accentuati, di riffing assolutamente devastanti del grande Jeff Loomis e di una parte ritmica eccitante per quantità, qualità e varietà. L’apripista è però caratterizzata da un ritornello più marcatamente melodico e che richiama quindi certe cose sentite nel precedente e splendido “Dead Heart in a Dead World”. Ma la successiva “Ambivalent” riporta subito l’ago della bilancia verso sonorità più aggressive e dirette, peccando però un po’ in varietà e rivelandosi a mio avviso il pezzo meno riuscito di tutto il lotto. Pezzo che comunque viene riscattato dai fenomenali solo di Loomis, che a mio avviso risulta essere uno dei migliori chitarristi in circolazione sulla scena metal, ben più in alto di nomi invece maggiormente blasonati.
Lasciando perdere le polemiche, si arriva alla terza traccia, “Never Purify”, che è caratterizzata da una melodia davvero particolare, malinconica nel ritornello e rabbiosa, gridata nella strofa, dove Warrel Dane la fa da padrone con la sua voce assolutamente unica. Fantastico inoltre il giro di chitarra che fa capolino verso il secondo minuto, seguito da un assolo al fulmicotone del sempre in forma Loomis. Ma il cuore del disco sono, a mio avviso, le due tracce seguenti, vuoi per la posizione nel running order ma soprattutto per la qualità delle canzoni. “Tomorrow Turned into Yesterday” prosegue il discorso iniziato nell’album precedente con “Believe in Nothing”.
Lenta e arpeggiata la prima parte, più elettrica e viva la seconda, entrambe splendide e coronate da una melodia ricca di classe e mai banale.
“I, Voyager” è invece uno dei punti più visionari raggiunti dal gruppo di Seattle, con un inizio tiratissimo e solamente strumentale che si rallenta parzialmente nella strofa per lasciare spazio ad un bridge stoppato e nuovamente violento Bridge apripista ad un ritornello che solo i Nevermore sono in grado di scrivere: melodico e cantabile ma al tempo stesso dissonante e inquietante.
E’ l’ennesimo capolavoro di Loomis con la chitarra.
Dopo due canzoni così è chiaro che “Create the Infinite” ne risenta un po’, ma questo vale solo per i primi ascolti, poi la canzone acquista il suo perchè e ci si ritrova a scandire assieme a Warrel “One, Two, Three, Four, Five, Six, Seven!” e a mimare un’air-guitar dedita al più roccioso dei riff senza neanche accorgersene.
“Who decides”, nonostante l’inizio sparato a mille, si rivela essere di nuovo un’altra mid-tempo, in cui trasuda tutta la malinconia e il pessimismo già sentito in “Inside Four Walls”. Caratteristiche, queste, salienti nei Nevermore e senza le quali il gruppo perderebbe parte del suo fascino decadente. Decadenza, o nuova rinascita, che fa da portante nella canzone finale, formata da due tracce distinte che però condividono parte del testo e della melodia portante. Ma se “Noumenon” è allucinata, lisergica nel suo incedere lento e arpeggiato, con un Dane ossessionante e teatrale, “Seed Awakening” esprime tutta la potenza, la furia e la rabbia di cui i Nevermore sono capaci, presentandosi “raw in your face” e chiudendo il disco con un solo scopo: fare di nuovo premere quel dannato tasto “play”. Fatelo. There’s no stronger drug than Nevermore.

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