I Nevermore nascono nel 1991 a Seattle per volontà del cantante Warrel Dane e del bassista Jim Sheppard, entrambi ex membri di una band tanto immensa quanto sfortunata della storia dell’heavy metal: i Sanctuary. Un gruppo, i Nevermore, che ha la capacità di fondere l’heavy metal di matrice classica, che vede in Judas Priest, Queensryche e Metal Church i propri punti di riferimento, con l’energia ed il tecnicismo del thrash, creando a sua volta songwriting compatto e al passo coi tempi. Un talento già messo in evidenza sin dal loro album d’esordio e che ha trovato il suo apice compositivo in “Dreaming Neon Black”, terzo full lenght uscito nel 1999.

Dreaming Neon Black è un concept album che ha come tema portante la reazione di un uomo alla perdita (in questo caso, un suicidio) della donna che ama. Musicalmente parlando si tratta del naturale prosieguo del già ottimo “The Politics Of Ecstasy”: un perfetto equilibrio tra arpeggi inquietanti, dissonanze e muri sonori, il tutto al servizio della voce stupenda e teatrale di Warrel Dane e alle sapienti mani di Neil Kernon in fase di produzione. A far la differenza però ci pensano un rafforzamento della matrice thrash, grazie anche all’innesto in formazione dell’ex chitarrista dei Forbidden Tim Calvert, ed una maggior attenzione verso atmosfere più cupe e disperate che tengono fede al concept lirico sopra citato. Nonostante le canzoni che compongono l’album siano tutte belle, non posso non menzionare la title track, nella quale tristi riflessioni acustiche ed esplosioni elettriche fanno da tappeto ad un duetto tra Dane e una voce femminile (se la memoria non mi inganna dovrebbe trattarsi di Christine Rhoades); la successiva “Deconstruction” è un’autentica mazzata in puro thrash style, mentre “The Lotus Eaters” è lenta e onirica, riconducibile per certi versi ai primi Candlemass, altra influenza per la band di Seattle. Da segnalare inoltre il superlativo lavoro dei musicisti in particolar modo di Jeff Loomis, chitarrista dall’idiscusso talento sia negli assoli sia negli arrangiamenti. James Murphy in questo caso ha fatto scuola.

Un album perfetto su tutti i fronti, liricamente secondo solo al capolavoro “Operation Mindcrime” dei Queensryche, anche se per la definitiva consacrazione si dovrà aspettare il successivo “Dead Heart In A Dead World”, album quest’ultimo che porrà i Nevermore, insieme a Meshuggah, Strapping Young Lad e Opeth, tra i leaders assoluti dell’heavy metal della nuova generazione.

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