Quando l’ossessione di inserire ad ogni costo un gruppo nella colonna relativa ad un genere musicale non esisteva ancora, nè ovviamente la successiva necessità di inventarsi patetiche e ridicole definizioni per la propria musica, non era poi così difficile incontrare qualche ragazzo che apprezzasse i Mötley Crüe o i Van Halen tanto quanto i Judas Priest o gli Iron Maiden. E non ci si scandalizzava nemmeno per sogno, nè si tacciava tantomeno qualcuno di ignoranza, se tutto quello che questi rappresentavano venisse genericamente indicato come “Metal”. Oggi, col revisionismo sempre più dilagante ed un cultura figlia spesso dei frettolosi e superficiali ascolti che la grande rete consente, assistiamo invece sempre più frequentemente a ribaltamenti clamorosi e scandalosi, etichettature improvvisate e una confusione (storica) quasi totale.

Quando nel 1983 i Mötley Crüe pubblicarono il loro secondo lavoro colmarono per certi versi il vuoto che si era formato nel panorama americano all’indomani del cambio di rotta dei Kiss. I Mötley Crüe, con le loro stravaganze, i loro atteggiamenti, i loro proclami, il loro dichiarato, e per certi versi creduto, porsi contro tutti gli schemi e le istituzioni, nonchè il culto per l’eccesso e per il divertimento sfrenato e senza limiti di alcun tipo, raccolsero il testimone di rock’n roll band per antonomasia, convergendo su di loro tutto quello che questo comportava (in primis le solite accuse di satanismo, che la copertina originale con quel pentacolo capovolto in verità agevolava) ma soprattutto influenzando da lì in seguito tutta una serie di altre formazioni e aprendo la strada a quello che verrà in seguito etichettato come Glam e che porterà, nel giro di qualche anno, al cosidetto Hair Metal.

Grazie ai singoli tratti da “Shout At The Devil” infatti i Mötley Crüe si garantirono una costante rotazione nelle radio e, conseguentemente a questo e alla realizzazione dei video di “Looks That Kill” e “Too Young To Fall In Love”, anche sulla già influente MTV, riuscendo così a farsi conoscere velocemente in tutto il paese. Commerciali quindi? Banalotti come sarà poi con “Home Sweet Home”, “Smokin’ In The Boys Room” e simili? Pop addirittura come qualcuno vuole ora etichettarli? Neanche per idea. Il suono grezzo e diretto, la voce acidula e graffiante di Vince Neil, la poderosa sezione ritmica del duo Tommy Lee / Nikki Sixx, vera e unica artefice di quello che sarà il Crue-sound, i riff tutt’altro che mansueti di Mick Mars (che non sarà un virtuoso ma il suo sporco lavoro lo fa alla grande), i testi assolutamente “politically incorrect” (“Bastard” o “Knock ‘Em Dead, Kid” o ancora “Ten Second To Love”) seppure semplici ed a tratti infantili facevano di “Shout At The Devil” un disco ancora troppo duro ed “estremo”, con un suono troppo sporco e pesante per scalare le classifiche americane del tempo, sebbene le immediate melodie di brani come “Too Young To Fall In Love” o gli anthem della title track e “Ten Second To Love” ed il successo più o meno contemporaneo di altri brani (la cover “Cum On Feel The Noize” dei Quiet Riot su tutti), potevano forse lasciare intuire. All’album e al gruppo, checchè ne dicano i revisionisti di cui sopra che non intendono includere oggi i Mötley Crüe nemmeno lontanamente nel mondo dell’heavy, va dunque riconosciuto il merito di avere dimostrato a tutti le potenzialità di questa musica fino ad allora ritenuta commercialmente di serie B, cosa che naturalmente avrà anche purtroppo il suo rovescio della medaglia.

Forse i tempi erano maturi e il gruppo di Los Angeles ebbe solo la fortuna di registrare il disco giusto al momento giusto, forse il merito fu invece tutto di questi quattro cavalli di razza, comunque sia i Mötley Crüe non seppero più ripetersi a questi livelli, producendo si altri tre dischi di incredibile successo (“Theatre Of Pain”, “Girls Girls Girls” e “Dr. Feelgood”) ma dalla portata decisamente inferiore.

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