Ragazzi che debutto. Cinque ragazzi inglesi con la foto sul retro del book più simile a quella di una boy band del 2000, di quelle che piacciono tanto alle ragazzine, con i capelli sugli occhi ed un singer che pare, nella sua maglia grigia anonima e con gli occhiali da secchioni addirittura un po’ sfigato ed invece? Invece ti sparano trentotto minuti di lucida cattiveria e follia. Dieci pugni chiusi nello stomaco gestiti da una produzione attenta ma soprattutto con caratteristiche assolutamente peculiari, che permettono a questi 5 giovanotti (non possiamo definirli altro vista l’età) di portare avanti un disco che non stufa e non annoia proprio mai. Come ormai abitudine vuole alla voce groove spaventosamente potente del singer spesso si frappone quella clean dello stesso cantante o del chitarrista Hellman (gran nome!).Incredibile la precisione dei musicisti, che non perdono un colpo anzi, spesso si avventurano in assoli o intrecci imponenti, con sottofondo di doppiacassa che martella le orecchie facendo venire voglia anche al meno esperto del genere di muovere la testa avanti e indietro e far volare i capelli in aria. Groove, cantato sporco, clean, alternanza di tutto ciò e addirittura cori: questo ci danno i britannici, per dieci tracce che non lasciano indifferenti, per dieci tracce ognuna con caratteristiche differenti eppure tutte accomunate da punti fissi su cui fare sicuro affidamento: chitarre pesantissime, batteria precisa e puntuale e voce da far girare la testa. Anzi, per gli amanti del genere soprattutto, da farla sbattere contro un muro per la felicità. Quella di aver trovato un possibile combo in grado di comporre pezzi così aggressivi e allo stesso tempo chiari. Niente cantato sbiascicato incomprensibile, niente chitarre che viaggiano ognuna per la sua strada. Un debutto davvero ottimo, con punte di diamante quali “Where we both belong”, con cori a celebrare il clean e a incastrarsi col groove, in un inteccio musicale che ci dona uno dei tanti pezzi di stop -and -go del combo, buoni per far venire la cervicale ai loro fans sotto il palco a furia di far svolazzare i capelli in aria a ritmo e per farci alzare le corna al cielo anche mentre siamo soli nella camera sfogliando una rivista dopo una giornata di lavoro. Notevolissima anche “Theory of the fallen”, in cui il finale a base di chitarre che si intrecciano su tonalità diverse e si rincorrono fino allo spasimo regala una perla di indubbio valore. E per i musicisti la finale Slovakia, in cui il singer sembra farsi un po’ da parte per lasciare a turno i quattro musicisti a far vedere le loro potenzialità, eche pare volerci salutare con l’ennesimo pugno in pancia. L’unico che vorremmo nuovamente ricevere non appena ci rialzeremo da terra. E allora basterà nuovamente fare “play” perchè il pestaggio ricominci.

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