Attivi dal 2004 i Manitou raggiungono finalmente il traguardo del loro terzo album. La band si aggira particolarmente bene su territori heavy metal che ricordano molto spesso i primi Iron Maiden ed effettivamente i brani come, “In this indolence” e “ Dread of the freaks” ricordano molto da vicino la Vergine degli anni ottanta. Tuttavia i Manitou non sono una band plagio e riescono senza troppi problemi a mettere su un buon numero di tracce particolarmente efficaci e d’impatto anche se la vena compositiva dei nostri non è più di tanto ispirata, rivelandosi il più delle volte parecchio ripetitiva e prevedibile. Aldilà di una piccola spruzzata di sano heavy risalente alla NWOBHM i nostri tracciano quindi le linee guida delle loro canzoni su uno standard e canonico power metal che riesce tuttavia a rendersi sufficientemente interessante grazie alla varietà dei brani che compongono “No signs of wisdom” e che vanno ad esempio dall’allegria di “Polluted world” alla malinconia della finale “The august sky”, suite che cavalca gli undici minuti e che inizia con una parte strumentale dove le chitarre compiono un lavoro particolarmente buono e sopraffino.

Un album quindi non particolarmente brillante ma capace tuttavia di tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore per qualche ascolto grazie anche all’ottima prova canora di Markku Pihlaja, particolarmente dotato ed aggressivo quanto basta. Tuttavia, sinceramente parlando, trovo i Manitou piuttosto anonimi e scontati e “No signs of wisdom” manca proprio di quella scintilla e di quella freschezza compositiva che ogni album dovrebbe avere per fare breccia nell’animo di chi lo ascolta.

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