Quando si dice garanzia. Si scrive ‘Vargstenen’ e si legge come l’uscita viking più attesa dell’anno che, neanche a dirlo, si rivela davvero stupefacente. I meriti stanno tutti nelle abilità e le tradizioni che si celano dietro il nome Månegarm: cinque autentici alfieri del genere che, consci del loro ruolo, consegnano al proprio pubblico un disco che colpisce nel segno rispettando (e andando oltre) tutte le coordinate attese da chi, trepidante, lo aspettava.

Undici brani, più intro, trasudanti passione ed aderenti per filo e per segno a quella tradizione che gli stessi musicisti in questione hanno contribuito a creare. Neanche a dirlo, dunque, i punti fermi rimangono tali partendo dalla corposa e perfetta produzione e finendo con il particolare di più facile individuazione: quel fascinoso cantato in svedese cha da sempre caratterizza la band. Un’interpretazione vocale da lode sia per varietà, sia per quel coinvolgimento emotivo che cattura in fase di songwriting la formazione scandinava. Solo così si spiega la naturale espressività con cui vengono scelte quelle imprevedibili variazioni, che colpiscono la voce di un Erik più in forma che mai tra i suoi soliti growl, scream e sporchi vocalizzi alternati alla perfezione e talvolta integrati da innesti female (“Visioner på isen”). E se chi si trova dietro il microfono fornisce un’ottima prova, chi imbraccia gli strumenti non gli è da meno. Il songwriting, epico e corposo, è la solita macchina da guerra che appare inattaccabile grazie ad un flavour pieno e ai limiti dell’epico. Un modus operandi che è ormai entrato nelle abitudini compositive di una band riconoscibile dopo pochissimi secondi. Senza mai sfiorare neanche la ripetitività, la formazione svedese insiste sui temi protagonisti dall’ormai lontano ‘Dodsfard’. I brani sono, dunque, ancora una volta strutturalmente irregolari e sempre caratterizzati da quella ricerca del particolare che crei la suggestione dei dischi firmati Månegarm. Missione compiuta in pieno. Le atmosfere e le melodie sono la solita cappa di suoni densi, mai tetri e sempre con un occhio verso la componente folk motivo portante del lavoro. In questo intento, fondamentale è l’apporto strumentale di un Janne più ispirato che mai. I giri melodici dei suoi violini e dei suoi fiati riescono a dominare i brani con una delicatezza data ai soli grandi che riescono a cogliere equilibrio e parsimonia. Per non smentire tutto questo il lavoro delle chitarre, quando esce allo scoperto, non sfugge ad un quadro che esige, contrapposta all’intensità del genere, una forte attenzione verso la componente prettamente “estetica”. Il risultato finale è straordinario sia che ci si riconduca (sempre più raramente) alle proprie radici black, sia che ci si abbandoni in stupendi e sognanti assoli, sia che ci si culli nelle stupende divagazioni acustiche che danno un disarmante senso di completezza al disco.

Un carico pachidermico di emozioni che si rincorrono, con pathos e senza soste, prima al contatto visivo grazie allo stupendo artwork, poi in cinquanta minuti a dir poco estranianti. Momenti di cui, come al solito, godere rimarrà onore di quei pochi che, già citati nell’incipit della recensione, aspettavano il ritorno dell’ennesimo saggio globale di cultura e musicalità nordica. Attesa abbondantemente premiata.

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