I Mandragora Scream sono arrivati con “Volturna” all’invidiabile traguardo del quarto disco. Ricco di novità e spunti molto interessanti, il lavoro della band di Lucca si è rivelato essere un’evoluzione palese del gothic metal influenzato da massicce dosi di elettronica. L’occasione ci è sembrata propizia per uno scambio di battute con Morgan LaCroix (cantante) e Terry Horn (chitarrista/tastierista), due persone che sin da subito si sono dimostrate estremamente disponibili e gentili, nonché umili ed affabili per una conversazione lunga e piacevole. E proprio per il fatto che la telefonata è durata quasi un’ora, l’intervista è piuttosto lunga e richiede un po’ di pazienza da parte vostra, ma credetemi che, nel corso di essa, troverete delle opinioni molto interessanti. A voi il piacere della lettura!

Ciao ragazzi, innanzitutto volevo complimentarmi per “Volturna”, a mio giudizio un album veramente riuscito e che può fregiarsi a ragione del titolo di gothic metal.
Morgan: Mi fa veramente piacere! Che cos’è che ti è piaciuto in particolare?

Beh, ho apprezzato moltissimo l’elemento elettronico che avete aggiunto alle composizioni. Devo dire che siete riusciti ad inserirlo nel vostro contesto e l’avete fatto in modo da renderlo al meglio.
Morgan: Eh, non è stato affatto facile perché si è trattato di un lavoro nuovo, solo che secondo noi i brani avevano bisogno di un cambiamento non più moderno, ma direi più vivace che ci permettesse di distinguerci un pochino di più dagli altri. Se noti, però, abbiamo comunque cercato di mantenere le linee il più possibile melodiche, quelle vocali in primis… Diciamo che all’inizio è stato un bel rischio, ma che alla fine ci ha reso soddisfatti del risultato raggiunto.
Terry: Ci abbiamo creduto molto in questo disco ed abbiamo portato avanti il nostro discorso in maniera abbastanza spontanea con un’evoluzione notevole del linguaggio dei Mandragora Scream, anche solo se confrontato con “Madhouse”, il nostro disco precedente.

Come si è svolto il processo di creazione?
Morgan: Le idee partono in realtà da me e da Terry, solo che lui compone tutta la parte musicale e scrive tutte le parti di tutti gli strumenti. Una volta che lui ha tirato giù tutti i provini, allora insieme decidiamo cosa tenere, cosa lasciar perdere, piuttosto che se un ritornello funziona di più o di meno provando magari a farne più tipi per vedere poi qual è il risultato migliore… Il lavoro finito, comunque, lo si decide insieme anche se l’idea musicale nasce da lui e poi io metto su le liriche.
Terry: Ciò che si può sentire in “Volturna” è l’unione delle idee mie e di Morgan e credo che la nostra forza stia in questo elemento. Siamo due persone, da questo punto di vista, complementari e ti posso dire che, nei momenti in cui io mi blocco e non riesco a trovare delle soluzioni per andare avanti in un determinato brano, lei se ne esce sempre con un’idea che permette di portare a compimento l’arrangiamento. Questo chiaramente succede anche con i testi di cui lei si occupa e capita che io le dica di cambiare qualcosa all’interno di qualche lirica per poi vedere che, in effetti, il tutto funziona meglio. Insomma, ci completiamo a vicenda!

So che è ancora presto per dirlo, ma che feedback avete ricevuto fino adesso, tra pubblico e addetti ai lavori?
Morgan: È stato molto strano perché abbiamo avuto una critica meravigliosa qui in Italia, in Russia, Romania e tutti i Paesi dell’Est Europa, Spagna e tutti i Paesi del Nord, così come in America. È rimasta un po’ ostica al nuovo disco la Germania, cosa piuttosto strana. Però il fatto ancora più strano è che, mentre sentendo l’album la Germania è stata meno contenta rispetto agli altri Paesi, vedendoci poi dal vivo ha completamente cambiato opinione. Questa cosa non riesco proprio a capirla! Cioè: se certi brani non ti piacciono, che siano dal vivo o su disco, non ti piacciono e basta…

Sono passati 4 anni dal vostro disco precedente, cosa è successo in questo lasso di tempo?
Morgan: Beh, è successo questo: all’inizio erano passati due anni, come di solito passano tra un nostro disco ed il suo successore anche perché sia io che Terry abbiamo tantissime cose da fare e da gestire nella musica e non abbiamo tutto questo tempo da poter concentrare immediatamente per fare il disco. Però poi dopo tre anni, purtroppo, è venuto a mancare mio padre, quindi io per un anno sono stata, oltre che distrutta, anche disgustata dalla musica perché devi sapere che, mentre ciò accadeva io mi trovavo a suonare con la band al Gothica Festival. Questo mi ha portato a vivere tale perdita sentendomi in colpa, non essendogli stata vicino a stringergli la mano, anche se non sapevo che si sarebbe sentito male proprio in quel momento, ecco.
Come se questo non bastasse, dopo 15 giorni che mio padre è morto, sono stata operata per la seconda volta alle corde vocali e, di conseguenza, c’è stato tutto il tempo di recupero, dopo il quale abbiamo subito cominciato a lavorare al disco coi tempi che ci vogliono per questo tipo di cose.

Nell’album si nota come abbiate intrapreso una strada volta alla sperimentazione e, in particolare, alla commistione tra gothic ed industrial, sottolineata dalla massiccia presenza dell’elettronica. Come mai questa decisione? È stata una cosa pianificata oppure è semplicemente successa?
Morgan: Da un punto di vista creativo è stato sicuramente un processo naturale perché comunque sentivamo che c’era il bisogno di mettere qualcosa di nuovo e di fresco, di diverso, insomma. Però si è trattato anche di una scelta decisa a tavolino perché quando sei in una situazione dal vivo è strano vedere la gente di fronte a te che ama da morire un brano, magari una ballata, e che ha uno sguardo sognante, ma che tu che sei sul palco non riesci a capire se è piaciuto veramente. Così ci siamo detti: “Ma perché non facciamo qualcosa di veramente più movimentato in modo che anche la gente possa saltare, ballare e far casino come noi sul palco?” In questo modo è possibile anche per noi avere un riscontro immediato sui brani che proponiamo, soprattutto dopo l’ansia che ti coglie nel presentare una canzone nuova, che nessuno magari ha ancora sentito. Il calore che il pubblico genera grazie alle sue reazioni da anche più energia e più felicità a chi suona e permette così di fare degli show migliori.
C’è poi anche da considerare che facendo una scelta del genere c’è la possibilità di inserirsi in un circuito di discoteche dark e quindi di ingrandirti un pochino, espandendo il proprio prodotto e ricevendo anche delle gratificazioni. Anche perché, sinceramente, se uno vede che vende, allora viene da dire che qualcosa di buono l’avrà pur fatto, no?

Perché la scelta di inserire due cover all’interno dell’album? Come le avete selezionate? Avete pensato di riproporle simili alle versioni originali oppure le avete messe in piedi pensando a personalizzarle il più possibile?
Morgan: In realtà era già molto tempo che avevamo questa idea di proporre una cover, ma il vero problema era il tipo di canzone da scegliere, perché comunque non puoi fare un discorso del tipo: “A me piace da morire questo pezzo, facciamolo!”. Questo perché comunque rischi che magari non venga bene o addirittura di cadere nel ridicolo, per cui è un’arma a doppio taglio e rischi che la gente ti rida in faccia per un risultato effettivamente discutibile. Poi è da sottolineare che non è un processo immediato, ma ci vogliono varie prove per arrivare a decretare la scelta giusta ed è anche da dire che fare una cover è una mossa molto azzardata, quindi si è sempre sul “chi va là” sperando che vada tutto bene.
Riguardo nello specifico ai due brani presenti su “Volturna”, io avevo completamente altre idee in merito. Io avrei voluto fare delle cover di musica pop perché secondo me sarebbero venute meravigliose, solo che non c’era tempo abbastanza per poterle sistemare come volevamo, quindi al 99% ci riproveremo nel prossimo album o in quello dopo ancora. Alla fine, comunque, abbiamo optato per “Bang Bang” di Cher perché era sin da quando ero piccola che sognavo questa canzone ed ho voluto provare a farla, compatibilmente all’umore del pezzo, un po’ più à la Cradle Of Filth, con atmosfere più oscure, pur cercando di non snaturarne l’aspetto sensuale. Purtroppo soprattutto all’estero la scelta di questo brano da riproporre pare che non sia stata apprezzata più di tanto…
Il discorso, invece, di “Fade To Grey” dei Visage è partito da Terry in quanto a lui piaceva abbastanza questa canzone e quindi si è deciso di mettere in piedi anche quella senza, però, stravolgerla tantissimo sempre a causa dei tempi piuttosto stretti a cui abbiamo dovuto per forza di cose sottostare.

In cosa pensate che “Volturna” sia migliore rispetto ai suoi predecessori? Cosa potrebbe spingere un fan a comprarlo, secondo voi?
Morgan: Personalmente sono due i dischi che abbiamo fatto che io amo in maniera smisurata: “Fairy Tales From Hell Caves” perché è stato scritto e composto in un momento particolarissimo della mia vita, per cui credo che dentro di esso sia rimasta un’energia che anche se tu non sei un fanatico di un certo tipo di musica, sia impossibile che non ti piaccia, proprio perché percepisci questo tipo di energia. E l’altro è “Madhouse”, che trovo sia meraviglioso. Sono più titubante su “A Whisper Of Dew” perché non è uscito come volevamo noi e non è stato masterizzato per bene, quindi tantissime piccole “chicche” che avevamo inserito qua e là, poi nella masterizzazione si sono perse e alla fine, secondo me, non rende proprio come avrebbe dovuto.
Riguardo “Volturna” diciamo che io non lo vedo come il migliore, ma più come un passo avanti nel futuro e più giusto forse per la generazione attuale, che ti mette, pur sempre in ambito gothic, allegria, voglia di ballare e carica. A differenza degli altri dischi, provando ad ascoltare “Volturna” in macchina diventa una tragedia, perché ti viene voglia di spingere ancora di più sull’acceleratore (ride, nda)!

Venendo invece ai testi, pur non avendoli avuti sottomano durante l’ascolto, mi par di capire che il concept lirico sia sempre legato al vampirismo, giusto? Che cosa vi affascina della figura del “succhiasangue”?
Morgan: Mio padre è nato in Moldavia, mentre mia nonna era transilvana. Io, nelle mie vene, non ho tanto sangue italiano, perché mia madre è mezza francese. In pratica sono solo nata in Italia e non mi sento né come mentalità, né come gusti (sia di pensiero che estetici), ma mi sento molto più transilvana e moldava, tant’è che con mia nonna e mio padre ho sempre avuto un bellissimo rapporto. Pensa che mia madre si trova spesso a dire che sembra che io non sia né nata, né cresciuta in Italia, ma piuttosto assomiglio ad una moldava che parla italiano! Secondo me quello che scrivo nei miei testi rispecchia un po’ il mio modo di vivere e il mio modo di pensare a differenza, senza offendere nessuno, di tanta gente che vive i vampiri come una moda del momento, come un fenomeno da sfruttare. Io mi sento “vampiro dentro” come potrebbero essere stati Oscar Wilde, Rimbaud o Baudelaire, ecco.

Già che siamo in argomento, visto il fiorire del fenomeno Twilight, qual è, secondo voi, il libro che rende al meglio la descrizione del vampiro?
Morgan: Sicuramente “Il Ritratto Di Dorian Gray”. Io ho studiato moltissimo il Decadentismo e la Scapigliatura sin da quando ero a scuola e, anche se non ho mai particolarmente amato studiare (pensa che il mio sogno a quei tempi era quello di fare il neurochirurgo, figurati!), le lezioni durante le quali rimanevo in classe erano proprio quelle dove la professoressa di italiano trattava di questi temi proprio perché capivo che c’era qualcuno che la pensava come me. Come ti dicevo prima, infatti, mi sono sempre sentita un po’ diversa dagli altri: non ho mai avuto molti amici e non è molto facile per me relazionarmi con le persone, nonostante sia una persona molto espansiva e dolce e mi rendo conto che non mi trovo a ragionare molto facilmente con la gente.
Tornando alla storia di Dorian Gray, devo dire che le persone con cui mi è capitato di parlare non riescono ad andare oltre a quello che c’è scritto in quest’opera. Io sono convinta che Wilde abbia scritto una delle storie più vampiresche di sempre, ma estremamente ermetica e di difficile comprensione.

Proprio grazie alla riscoperta dei vampiri, cosa credete ci sia ancora da dire in merito in un mercato così inflazionato da produzioni che hanno come argomento proprio la figura dei vampiri?
Morgan: Secondo me ci sono ancora tantissime cose da dire perché purtroppo molte persone non hanno realmente capito che cosa sta dietro alla mentalità vampiro, quindi tirano fuori film o cose di questo genere cercando di spiegare sempre meglio questo concetto, quando poi la realtà è completamente diversa. Nonostante questo, rispetto a Twilight devo spezzare una lancia in favore dell’autrice perché io credo che il modo in cui lei ha scritto sia quasi “satanico”, quasi assurdo. Siccome io mi intendo molto anche di magia allo stato puro (tutto quello che può essere alchimia, biologia e chimica e non nel senso di leggere i tarocchi o quelle puttanate lì), ti posso dire che comunque esistono dei modi di scrivere per riuscire ad “ipnotizzare” il lettore. Detto ciò, io ammiro questa Stephanie Meyer perché sono convinta che sappia questa cosa, visto che è riuscita a scatenare un tale bordello di gente la quale, nonostante non interessi assolutamente nulla di vampiri, si è presa un’incredibile “botta” per questo fenomeno. Proprio per questo credo che lei sia di una bravura veramente fuori dal normale, poi non so che cosa conosca veramente dell’oscurità per essere riuscita a suscitare un interesse del genere in così tante persone diverse tra di loro, ma ha tutta la mia devozione ed ammirazione, questo è fuori da ogni dubbio!
Ora ti racconto una cosa curiosa: soprattutto all’estero noi siamo stati accusati, insieme ai The 69 Eyes è appunto di aver voluto cavalcare l’onda del successo di Twilight! Per rispondere, dico che io ho addirittura intitolato un brano, il nostro primo singolo del nuovo album, “Breaking Dawn” in onore al libro della Meyer, proprio perché per me è un onore riuscire a tributare una canzone a questa persona che è riuscita a seminare il panico grazie alle sue doti di scrittrice. Parliamoci chiaro: nemmeno Bram Stoker c’era riuscito così bene! Insomma, mi fanno ridere accuse del genere perché io scrivo di vampiri da una vita e non ho certo bisogno che l’argomento torni di moda per sfruttarlo adeguatamente (ride, nda)!

In questo momento avete appena terminato la prima parte del tour proprio con i The 69 Eyes. Come stanno andando le cose? Pensate che l’esposizione che riceverete grazie a questo sarà buona, oppure il fatto di suonare in apertura implica che, vista l’attesa per gli headliner, passiate del tutto inosservati?
Morgan: Guarda, è una situazione stupenda, veramente bellissima. Io, Terry e tutti gli altri membri del gruppo siamo rimasti innamorati dei The 69 Eyes e, cosa meravigliosa, loro si sono completamente innamorati di noi, tanto che hanno detto che, con tutti i tour che hanno fatto fino adesso, noi siamo l’unica band che adorano veramente. Pensa che loro sono dolcissimi e passano con noi tutto il tempo libero a loro disposizione: ci hanno presentato delle persone importantissime, vale a dire i capi della Roadrunner tedeschi! Questo perché sostengono che dobbiamo assolutamente diventare delle rockstar famosissime perché lo meritiamo per come siamo fatti dentro e per come ci poniamo nei confronti degli altri e per noi non c’è gratificazione migliore che sentirsi dire da un gruppo come loro (che, tra le altre cose, erano il mio gruppo preferito fin da bambina) è più bello che se avessi fassi 6 al SuperEnalotto (ride, nda)!

Come viene percepito nei concerti che tenete all’estero, il fatto che siate italiani? È una cosa che, secondo voi, ha delle ripercussioni penalizzanti oppure no?
Terry: Guarda, io credo che con questo disco non si capisca un granché che siamo italiani. Ci è capitato di parlare con dei ragazzi che ci sono venuti a sentire e che purtroppo non ci conoscevano e pensavano che fossimo addirittura americani! Per rispondere alla tua domanda, il fatto di provenire dall’Italia non ci ha assolutamente penalizzato…

…tranne forse in Italia!
Terry: L’Italia è un discorso a parte. Da questo punto di vista, siamo indietro forse perché abbiamo avuto compositori maestosi, tutto quello che è arrivato dopo, secondo me ne ha risentito perché dal punto di vista compositivo ci siamo fermati a Puccini, Verdi e i grandi di fine ottocento e primi del novecento. A tutta la musica che è stata “inventata” negli Stati Uniti e nel mondo, noi non abbiamo contribuito affatto. Qualcosa forse è venuto fuori negli anni ’70 con gli Area e la PFM, quali hanno riportato alla luce una musica incredibile, però poi ci fermiamo lì.

Voi siete stati una delle poche band italiane ad entrare nella scuderia della Nuclear Blast. Cosa ricordate di quei giorni? Come lavorò l’etichetta tedesca per voi e come vedete la vostra attuale situazione contrattuale?
Morgan: Beh, all’inizio siamo stati contentissimi perché la Nuclear Blast è quasi una major, quindi ci sentivamo quasi come se avessimo firmato con la Sony o la Virgin! E comunque ci siamo trovati abbastanza bene per ciò che riguarda pubblicità e rapporti interpersonali, poi però le cose dentro un’etichetta del genere funzionano in una certa maniera, cioè: loro hanno due, massimo tre band di punta e tutti gli altri sono pesci piccoli che, alla fine, vengono sfruttati per far funzionare gli altri tre grandi. Una volta che noi ci siamo accorti di questa situazione abbiamo detto che non ci stava bene, in quanto crediamo di non meritarci un trattamento del genere. Cioè, noi non vogliamo rimanere nella nicchia, ma espanderci per arrivare a mantenerci con la nostra musica e, nel nostro piccolo, non c’è nessuno di noi che fa un secondo lavoro. Per carità, non fraintendermi, non è che ci fai un granché, ma fortunatamente nessuno di noi sta male di famiglia, quindi, un po’ per conto nostro ed un po’ con questo lavoro, riusciamo a tirare avanti e ad arrangiarci. Ovviamente in futuro ci piacerebbe campare bene solo con i soldi che riceviamo dalla nostra attività di musicisti e, se fossimo rimasti in una situazione come quella che avevamo con la Nuclear Blast, questo non sarebbe mai stato possibile, così abbiamo deciso di andarcene e di provare ad andare avanti con le nostre forze, anche perché abbiamo capito bene come funzionano le cose all’interno di una casa discografica. Così le prime cose da fare sono state trovare un manager con i controcazzi ed una distribuzione veramente buona in modo da arrivare ovunque o il più in là possibile. In realtà il passaggio della casa discografica lo si può anche saltare se non ti mancano i soldi da mettere per pagarti la masterizzazione, lo studio di registrazione e queste cose qua, perché tanto esse non ti vengono pagate. E allora per quale motivo avere dietro le spalle un’etichetta del genere? Per farti stampare le copie e per farti fregare la maggior parte degli introiti? Non ha senso… A quel punto ti conviene veramente fare tutto da te trovandoti una distribuzione seria, in modo tale che si cominci a vedere qualche risultato tangibile.
Tornando all’argomento Nuclear Blast, alla fine dei conti, ci abbiamo solo rimesso dei soldi… Per avere poi cosa? Giusto giusto il loro logo stampato sul disco, ma quanti ai giorni nostri entrano in un negozio, vedono un disco con sopra il logo della Nuclear e lo comprano a scatola chiusa? Credo pochissimi, quindi ti rendi conto che il gioco non vale affatto la candela. Così dopo questa esperienza abbiamo deciso di fare uno sforzo e mettere su uno studio di registrazione tutto nostro in modo da essere autonomi, anche se “Volturna” è stato comunque registrato a casa nostra. Diciamo che stiamo curando l’aspetto estetico dello studio, ma le attrezzature ottime ci sono già e le abbiamo utilizzate nella lavorazione del disco, registrando magari un po’ in salotto, un po’ in cucina e cose così. Insomma, se gli amplificatori ed i microfoni che hai sono professionali, che tu ti registri in una saletta insonorizzata o in cucina mentre stai mangiando chi se ne frega (ride, nda)!

Morgan, Stefano Riccetti, nel recensire “Volturna”, ti ha paragonato alla futura perfetta controparte femminile di Steve Sylvester dei Death SS. Cosa pensi di questo confronto?
Morgan: Accidenti, è un paragone interessante! Steve lo conosco personalmente e ti posso dire che è una gran bella persona. Ovviamente lo devi prendere fuori dal concetto musicale perché lì c’è molta costruzione del personaggio, dietro, ed appare anche un po’ per quello che in realtà non è. Secondo me è una persona estremamente dolce, molto intelligente e con una cultura fuori dal comune ed a me non può far altro che piacere un paragone del genere. Sarei stata più contenta se mi avessero paragonata a Marylin Manson, ma va benissimo così, ahah!

In generale, come pensate se la stia passando il metal italiano? Ci sono band in grado di fare qualcosa di significativo e di sdoganare i soliti luoghi comuni “pizza, mandolino e mafia”?
Morgan: Secondo me non è facile, ma non per una questione di bravura perché in Italia abbiamo persone capacissime a suonare. Il problema è un altro: la testa. È quella che non va bene e lo dico perché abbiamo cambiato tantissimi componenti del gruppo e conosco moltissimi musicisti. La questione è che gli italiani sono convinti di nascere professori, non accettano consigli e sono convinti di essere gli unici a saper fare bene le cose, mentre all’estero hanno dalla loro l’umiltà nell’imparare costantemente e nel capire che forse possono progredire ancora di più. Ed è questo che, secondo il mio giudizio, li porta poi ad avere successo e a diventare famosi. Ti faccio un esempio: noi abbiamo aperto una piccola casa discografica per conto nostro che contiamo poi di far decollare magari l’anno prossimo e di produrre anche altri gruppi, quindi ogni tanto ci capita di ricevere demo o di parlare con delle persone della loro musica e, quando c’è qualcosa che non va bene e provi a dirglielo, questi si incazzano come delle bestie! La cosa buffa è che a Terry manca un esame soltanto per diventare professore di conservatorio, suona tutti gli strumenti ed ha un amore spropositato per Bach, ma quando qualcuno ci fa sentire qualcosa e c’è magari un passaggio che non funziona e Terry lo dice (con un’umiltà ed una timidezza esagerate), spesso costoro si incazzano e vanno via. A quel punto Terry mi guarda con due occhi tipo gufo e dice: “Vabbè, dovevo star zitto…”. Però capisci che son degli imbecilli, perché se mi vengono a chiedere un consiglio e poi rifiutano la risposta data, ripeto, con estrema umiltà, allora altro non possono essere che degli idioti…

Guardandovi indietro, nella carriera ormai decennale dei Mandragora Scream, ci sono cose che non rifareste e cose che, col senno di poi, vi pentite di non aver fatto?
Morgan: No, direi di no… Diciamo che se avessi incontrato Terry molto prima, avrei sicuramente iniziato a collaborare con lui sin da subito, mentre invece abbiamo iniziato tardi. Ecco, forse avrei preferito riuscire a fare un album all’anno al posto di uno ogni due anni, ma purtroppo per vari problemi non è stato possibile. Ma queste sono cose abbastanza piccole… L’unica cosa che ti posso dire come pentimento, è che mi sarei svincolata prima da Nuclear Blast, ma questo se mi fossi resa conto della situazione ed avrei cercato di trovare opportunità migliori da prima.

Ok, l’intervista è terminata. Vi lascio campo libero per chiudere nella maniera che ritenete più opportuna. Grazie mille per il vostro tempo e ancora complimenti per l’ottimo lavoro realizzato!
Terry: Ringrazio tantissimo tutti i nostri fan e tutte le persone che hanno iniziato a seguirci. Invito invece chi non ci conosce ad ascoltare il nuovo disco e speriamo di vederci presto in qualche concerto!

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