Stupendo, da avere. Ho finito.

In realtà il mio dovere di redattore mi impone di motivarvi certi giudizi, e allora comincerò con il dire che l’heavy metal, come la buona musica in generale, funge per talune persone come fonte di eterna giovinezza. Non ci sono altre spiegazioni a questo (e tanti altri esempi) di album realizzati da persone che hanno inciso il loro primo album 35 anni fa, e che sanno creare ancora intrecci di note e sonorità così emozionanti.
Into The Valley of The Moon king è il quattordicesimo album dei Magnum, storica band Melodic Hard Rock che ebbe negli anni ottanta un risalto internazionale non indifferente salendo fin al quinto posto della chart inglese, per poi sciogliersi, e riprendere qualche anno dopo esattamente da dove avevano lasciato.
A sentire questo album verrebbe da chiedersi se i nostri non siano dei gioiellieri piuttosto che dei musicisti, visto come incastonano una gemma dopo l’altra in un disco che fin da ora si candida al ruolo di migliore del genere nel 2009.
Bob Catley, l’unico della band ad aver fatto fortuna anche al di fuori della band madre con album solisti realmente notevoli, ci guida con la sua voce calda e pulita per 12 tracce e quasi un’ora di pura magia, in cui nessuno dei 4 compagni di viaggio è spettatore o comprimario, ma tutti sono assolutamente in primo piano, con precisione chirurgica, coaudivati da una produzione strepitosa che rende uniche tutte le songs.
Inutile andare a rimarcare le canzoni che emergono perchè effettivamente non ce ne sono in grado di sovrastare le altre. Il genere non è cambiato ma si è mantenuto al passo con i tempi: melodic hard rock ottantiano con un tocco di Avantasia negli arrangiamenti (d’altra parte lo scorso anno Catley lo ha passato in giro per il mondo proprio con Sammet e i suoi compari, Lande e Matos, sui palchi di tutto il mondo a portare ai fans il progetto della Metal Opera live), regalando gemme quali “Cry To Yourself”, splendida opener giocata su una voce assolutamente volubile coaudivata da cori posti al momento giusto per un’atmosfera che prende subito l’ascoltatore e lo porta in un mondo lontano, fatto di leggende, miti ed eroi sconosciuti.
“The Moon King” è una delle song più complete, con tocchi di chitarra quali ritocchi di un restauratore ad un affresco del ‘500 e keys in primo piano a costruire arie epiche e autorevoli, mentre la batteria, che è splendidamente suonata dal buon James in maniera impeccabile dalla prima all’ultma nota del disco, ravviva ulteriormente una semi-ballad dal sapore antico eppure splendida e perfettamente in sintonia con le sonorità di tutto il disco.
“No One Knows His Name” si gioca invece su accelerazioni alternate a momenti di calma piatta, con il drumming ancora una volta a rendere incalzante il ritmo, che si snoda tra variazioni di velocità ottimamente amalgamate tra loro, alternate qua è là da solo di keys.
Da notare come il pathos non cali nemmeno per un secondo, e porti l’ascoltatore fino al termine dell’album, che si chiude con un poker di 4 song strepitose.
Ci vediamo a Milano in ottobre per l’unica data italiana del nuovo tour… sono certo che se ascolterete questo album sarete dei nostri…

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