Pubblicato nel 1997
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Sottovalutato, deludente, inaspettato e sorprendente. Sono solo alcuni degli aggettivi, attribuiti negli anni a questo secondo disco dei Machine Head, che segue la scia del successo del fenomenale esordio “Burn My Eyes”, un disco che ha letteralmente diviso la fan base del quartetto di Oakland (come del resto quasi tutta la discografia del combo californiano). Per quanto riguarda “The more Things Change”, c’è chi lo definisce un mezzo passo falso e assolutamente non all’altezza del già citato debutto, e chi, invece, un disco sottovalutato e ricco di grandi canzoni

 

Dal punto di vista della line up bisogna tener conto del primo grande “scossone” interno: Chris Kontos viene sostituito alla batteria da Dave McClain (proveniente dai Sacred Reich), ma la band, da questo punto di vista, non pare risentirne, e con l’ingresso del nuovo batterista trova invece nuova linfa. Rispetto al debut album presenta un ritmo molto meno sostenuto, ma parecchio cadenzato, senza per questo perdere in aggressività e atmosfera. A proposito di quest’ultima non si può non citare la tensione che se ne respira ascoltando l’intero platter, come d’altronde era già accaduto col disco d’esordio.  Anche in questo caso, é proprio l’atmosfera cupa e colma di tensione che fa dell’album un’arma vincente e da alle composizioni quel qualcosa in più di originalità che altri gruppi non hanno.

Come già anticipato qualche riga più su,  il disco ha un andamento molto più lento rispetto al primo, con certi riff presenti nei brani Take My Scars, The Frontlines, Ten Ton Hammer e Spine, ripetuti proprio per creare un’aria di soffocamento che lo permeano completamente, e raramente si lascia andare a velocità fulminee tipiche del thrash come possiamo sentire in Struck A Nerve e Blood Of The Zodiac. Purtroppo il disco non ha qualità omogenea: per tanto accanto a canzoni ottime come Ten Ton Hammer, Spine, Take My Scars, The Frontlines e Struck A Nerve se ne affiancano altre solamente buone, come Blistering. Altro piccolo difetto di questo lavoro è sicuramente l’uso di lunghi assoli di chitarra che rimangono relegati solo a qualche episodio… il che indispettì non poco il chitarrista Logan Mader tanto da lasciare la band, per divergenze musicali, appena finito il tour di supporto al disco.

Concludendo si può in definitiva parlare di un disco sottovalutato ma sicuramente pieno di ottimi spunti, che forse non fu capito dai molti fan della band per le sue caratteristiche così diverse rispetto a “Burn My Eyes”.

 

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