I Machine Head sono da sempre una band anomala, imprevedibile per il suo animo sfuggente ed apparentemente fedele alla sola capacità di lettura del mercato. E’ così che, a partire da quella leggenda che porta il nome di ‘Burn My Eyes’, si è delineata la carriera di una formazione capace di far proprio un bacino di pubblico di estrazione differente ma sempre caratterizzato da numeri più che significativi. Un successo i cui meriti sono stati spesso messi in dubbio, sminuiti ma che, data l’evidenza di una brillantezza costantemente tangibile, sono nient’altro che il risultato di doti racchiuse in un songwriting lucido e versatile. Arti innate ed inconfutabili che, a distanza di quasi tre anni dal precedente episodio, vengono prepotentemente riproposte attraverso l’ennesima imponderabile virata.

Una deviazione che, questa volta, non sorprende del tutto e non necessita di presentazioni dato un modus facendi che ricalca quelli che sono stati i Machine Head del passato. Le strane e stupende armonie che avevano caratterizzato lo stupendo ‘Through The Ashes Of Empires’ vengono sopraffatte, coperte, offuscate. Altro giro altra corsa. Stavolta toccherà agli amanti della prima incarnazione della creatura di Robb Flynn godere. Come è ovvio che sia, e data la fantasmagorica praticità della band, non siamo al cospetto di un’inutile copia in carta carbone dell’amato esordio. Rispetto ad allora i suoni si decomprimono, si aprono e divengono più vari con l’obiettivo, riuscito, di dare un vero perchè al platter. I signori denigratori, indubitabili e numerosi, vogliano scusare questi quattro splendidi musicisti se, dopo più di tredici anni di carriera, non consegnano un capolavoro. Che siano perdonati per un lavoro prodotto in maniera magnifica e suonato meglio, dotato di feeling e groove irreplicabili, privo di un calo che sia degno di questo nome e padrone di un ascoltatore divertito dal primo all’ultimo minuto. Saranno peccati veniali le oblique variazioni vocali di un Flynn in forma smagliante, la varietà di brani che non fanno sentire, in alcun frangente, il peso di sessanta minuti con il loro classico incedere diviso. Di nuovo come prima. Il tipico sapore della potente anima thrash che si scambia il testimone con un’attitudine moderna e melodica con risultati di nota fattura e da molti, troppi, copiata senza gli stessi risultati. Il resto è solo un’immaginabile garanzia per chi, in qualunque sua personificazione, ha amato questa band ed ha saputo gustarsi la sua perizia. Per chiunque altro, rispetto, un eventuale ascolto e, al di là di gusti e gradimenti, ancora rispetto.

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