Se si dovessero catalogare i dischi in base alla loro lunghezza, questo “From Beyond…” andrebbe di diritto fra i full-lenght e non certo fra i demo, dato che si raggiungono abbondantemente i 40 minuti di durata, playing time che alle volte non è nemmeno sfiorato da album veri e propri. Però, come tutti sappiamo, un disco si giudica in base ad altri ben più importanti fattori, primo fra tutti la qualità del materiale musicale presente al suo interno. Sotto questo punto di vista devo dire che i Lunatic Asylum sono a buon punto, mischiando diverse influenze, anche se l’originalità della formula non è certo il loro cavallo di battaglia (vi prego comunque di non leggere questa affermazione sotto un’ottica negativa, visto che ormai ritengo appurato che anche senza originalità a tutti i costi si possono fare dei buoni lavori). In ogni caso la base su cui i Lunatic Asylum creano il loro lavoro è sicuramente l’heavy metal più classico, con chiari riferimenti a gruppi come gli Iron Maiden che non possono non saltare in mente durante l’ascolto di alcune parti della opener “The Prophet”. Bisogna dire che durante i 7 minuti di questa canzone (e come avrete capito non sarà l’unica nel demo a superare questa soglia di durata) ci sono anche sostanziali variazioni, come il lungo passaggio strumentale che caratterizza il centro della stessa, passaggio in cui i Lunatic Asylum dimostrano una certa dimestichezza con gli strumenti che hanno in mano. La successiva “Lies & Sorrow” si apre con dei guitar synth che fanno da tappeto al riffing classico e alla batteria, e si mantiene su ritmi calmi per circa metà della sua durata, per poi velocizzarsi nel finale, dove fanno capolino anche passaggi dal sapore magrebino. La terza canzone, “Waiting for the Dawn” è invece una ballata e a mio avviso è il punto più basso del demo, non riuscendo a decollare mai con una melodia davvero vincente e senza essere nemmeno aiutata da una grande prestazione di Mario Scalia alla voce. Tutto questo viene però riscattato alla grande dalla successiva “Fear”, che ci mostra un gruppo in ottima forma sotto tutti gli aspetti, a partire dal songwriting per arrivare al già citato cantante che riesce a dare forza e pieno volume agli acuti, a differenza di quanto fatto sentire nelle prime due canzoni. “Fears” è caratterizzato in particolare dall’ottimo uso degli armonici da parte dei chitarristi e dagli azzecati giochi e intrecci fra sei corde, oltre che da una melodia non banale ma che al tempo stesso mantiene orecchiabililtà. “The Embrace of the Black Queen” si distingue invece per un intro “tribale”, con percussioni e basso a farla da padrone, e un passaggio di chitarra molto simile a quanto già sentito in altre parti del disco. Credo, comunque, che questa sia una scelta voluta trattandosi di un concept album. In ogni caso, questa quinta traccia soffre un po’ nelle strofe di una melodia poco legata e unita, ma è comunque una canzone gradevole da ascoltare, che si muove fra passaggi più veloci e parti più calme e rilassate. In chiusura del disco troviamo la strumentale “Own Memories”, suonata esclusivamente con chitarre acustiche e che si rivela essere un’ottima conclusione per questo disco, che tende però a difettare dal lato suono e da quello produzione (gli strumenti si sentono tutti distintamente, ma il suono in generale è un po’ ovattato e compresso) e che mostra dal lato compositivo degli alti e bassi. Il mio consiglio è quello di proseguire con quanto di buono fatto sentire in pezzi come “Fears” e “The Prophet” che possono essere, specialmente il primo, degli ottimi punti di partenza per qualcosa di nuovo. Come ultima nota, segnalo che nel CD è presente anche una traccia dati che contiene una versione live di “Fears”, video però di qualità davvero amatoriale che presenta seri difetti di sincronizzazione A/V, ma in fondo è solo un qualcosa in più.

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