Mi ero già occupato del mini cd “Demonheart” che doveva aprire la strada al full-lenght in esame ora, già in quella sede avevo sottolineato come Luca avesse coraggiosamente tentato di uscire dalla scia dei suoi originari Rhapsody per cercare nuove soluzioni con il suo progetto solista.
Oggi posso confermare questa tendenza e prendere atto che questo Prophet of the Last Eclipse è un disco piacevolmente distante dalla classica produzione della scena power europea imperante in questo periodo.
La band che segue il chitarrista italiano è composta da membri di prima qualità quali l’ottimo ex Heaven’s Gate Sascha Peth ed il producer-keyboarder Miro, che lungo tutto lo scorrere del cd mostrano la loro padronanza musicale unita ad una sana dose di libertà artistica che di solito manca nei progetti solisti.
Sorvolando su una copertina orribile, era meglio quella del mini, il cd si apre con War of the universe che fortunatamente non è una pallottola velocissima ma dimostra una ottima ricerca melodica unita a una produzione sperimentale dove la tecnologia fa capolino senza mai prendere il sopravvento.
Il ritornello è immediato, questo vale per quasi tutti i brani, Olaf Hayer a volte si inerpica troppo in altro per far risaltare l’impianto compositivo alle spalle di ogni brano, questa critica è rivolta ai brani più elaborati e ricchi di inserzioni tecnolocico-sinfoniche.
Infatti già con la successiva Rider of the astral fire assistiamo allo svolgersi di un pezzo già di per se convincente ma fin troppo riempito di suoni accessori che alla fine rischiano di distogliere un po’ l’attenzione sul tiro del tutto.
In effetti, mi metto nei panni di Luca, uscirsene con un disco uguale al precedente “Kings of the nordic twilight” sarebbe stato un suicidio ma nemmeno credo in possibili stravolgimenti di un genere già stabilito e apprezzato, insomma non esiste nessun “Cosmic-metal”.
Con questo non voglio assolutamente dire che questo cd non mi piaccia, le migliori tracce alla fine risultano le più inattese come la terza Zaphir skies che con il suo mood insolito rappresenta una piacevole eccezione al genere proposto dal nostro chitarrista, qui anche Hayer mi convince molto di più prendendosi un minuto di pausa dai vari vocalizzi inarrivabili, si cimenta in un cantato più frontale e impostato, più maschile.
Anche la successiva e più veloce The age of mystic riesce a fondere bene il classico trademark “Turilliano” fatto di ritornelloni da colonna sonora e strofe graffianti e molto heavy con una bella venatura sperimentale e inedita che ci riporta a “Star One” di Lucassen dove l’anima del metal si unì molto bene allo space-rock del White Duke degli anni 70.
Il singolo scaricabile dal sito di Luca “Prince of the starlight” ci ricorda l’amore del nostro per il power sinfonico fatto di cori e ritornelli epici, mi sono dimenticato di aggiungere che questo disco è la continuazione del concept intrapreso da Luca di cui il primo cd era l’episodio ambientato nel passato e questo la successiva proiezione futura, altra idea brillante è questo passaggio dallo sword & dragons fantasy alle starship lyrics.
Continuano le sorprese con Timeless oceans un brano basato su una interpretazione magistrale di Hayer e che mi rimanda a Lamento eroico dei Rhapsody, una vera e propria aria sinfonico-tecnologica dal mood drammatico ma capace di generare una atmosfera coinvolgente ed emozionale.
Meno sognante la veloce Demonheart ricca di accelerazioni e stacchi melodici, anche qui il refrain del ritornello è molto funzionale e la compattezza delle chitarre ritmiche, una garanzia quando parli di Luca Turilli, rende il brano frontale e capace di coinvolgere dal vivo.
Con Century’s tarantella cadiamo però decisamente in basso, un brano che non regge, un tentativo di fusione tra ritmi folkloristici e ritornelli epici che però non da i suoi frutti risultando un po’ troppo ingenuo in certe parti e meno convincente degli altri.
Il disco si conclude meglio con la lunga Prophet of the last eclipse una canzone articolata in varie parti come ci hanno abituato i Rhapsody ma che comunque risulta omogenea e ispirata, qui mi pare che le tecnologie vengano messe meno in risalto lasciando ad un bellissimo ritornello drammatico il compito di convincere l’ascoltatore.
Per concludere direi che questo secondo disco di Luca Turilli conferma quanto di buono già visto in precedenza, in parte ampliandolo ma risultando poco convincente in certi punti, come spesso accade i dischi che cercano di uscire dal coro sono sempre discussi e criticati, io credo che gli esperimenti iniziati su questo platter non vadano abbandonati perché in futuro potranno dare ottimi risultati, e comunque anche adesso non deludono di certo.

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