Un suono circolare e avvolgente, quasi come delle onde radio in ampiezza modulata, con tanto
di effetti sonori cari ai B-movie di fantascienza degli anni ’50, preannuncia la venuta dei
quattro salvatori del metal, nei loro pittoreschi costumi che ne descrivono le sembianze assunte
per mostrarsi a noi comuni mortali. O meglio, a quei mortali che saranno degni di celebrarne
l’avvento.
Questo è quello che sembra volere comunicare il gruppo con il suo modo di fare, col suo look
costruito ad arte e con l’intro (inutile) del loro secondo album oggetto di questa recensione
che sto andando a scrivere. “Transdimensional Revelation” è infatti un insieme di suoni,
effetti che più o meno bene cercano di dare l’idea della discesa dallo spazio dei Lost Horizon.
(si dia pure un’occhiata alla copertina del disco e al loro sito web per rendersene conto
personalmente).
Per fortuna però le scene e la teatralità vengono subito accantonate in favore della musica, con
il repentino attacco della prima traccia, “Pure”, che col senno di poi risulta essere uno
degli highlight del disco. Buon uso della melodia nel creare strofe e ritornelli orecchiabili
ma senza esagerare, ritmi tirati quanto basta a far muovere qualche parte del corpo nel tentativo
di seguirli e soprattutto la voce e gli urli di Daniel Heiman. Devo dire che questo cantante
mi piace nel suo modo di affrontare le linee vocali, ha un timbro espressivo e abbastanza pieno
nelle parti medie/alte e usa strilli in falsetto acutissimo per sottolineare alcuni passaggi.
In genere ormai tendo ad apprezzare poco i falsetti e gli “high-pitch” della schiera di
seguaci/imitatori di Eric Adams vari, ma in questo caso la succitata tecnica viene usata in una
maniera diversa dal solito, e aiuta a caratterizzare il suono del gruppo.
Tornando al dettaglio della canzone, come già detto la melodia è davvero azzeccata e bella,
e dopo qualche ascolto ci si trova irrimediabilmente a provare di cantarla in duetto con Daniel,
con risultati nel mio caso ridicoli, specie per quanto riguarda gli acuti.
La successiva “Lost in the Depths of Me” inizia con un riffing più pesante, cadenzato ma
nei suoi quasi 9 minuti di durata sfocia poi in una parte più melodica, caratterizzata da alcuni
stacchi e repentini cambi di linee vocali. Precisiamo, niente di pseudo-progressivo, però
mentre ti aspetti che la melodia continui in un certo modo, ecco che cambia improvvisamente e
passa dalla strofa al bridge o viceversa, creando un effetto molto interessante.
“Again the Fire Will Burn”, dall’introduzione quasi epica con tanto di voce sussurrata,
è probabilmente una delle canzoni che passa più inosservate in tutto il disco; sebbene non
sia assolutamente una brutta canzone, nei suoi quattro minuti circa di durata sembra non decollare
mai, e solo nella parte finale con assolo di chitarra seguito da un pezzo “rafforzato” dalle
tastiere si scrolla un po’ via di dosso questa impressione.
“The Song of the Earth” e’ uno dei tre intermezzi del disco, anche se gli altri due a dire
il vero sono il già citato intro e l’outro finale “Deliverance”. Dei tre, nessuno ha
una grande utilità nell’economia del disco, ma forse questa Song of the Earth è relativamente
la più riuscita, dato che nei suoi giri di sole tastiere riesce a legarsi in maniera buona
all’inizio della successiva “Cry of a Restless Soul”. Questa è un’altra traccia dalla
durata medio/lunga (siamo di nuovo sopra gli 8 minuti), ma non annoia mai e anzi si fa
ascoltare molto piacevolmente. Come nel resto dell’album anche qui sono presenti tastiere
a fare da tappeto sotto le chitarre per riempire e dare corposità al suono. Gli urli di Daniel e l’incedere maestoso delle chitarre, unito ad una parte ritmica tirata,
completano poi il resto dell’opera.
“Think not Forever” è caratterizzata invece da un’apertura fenomenale, sicuramente
la migliore sul disco, che viene usata anche durante la canzone come break e come chiusura,
ma il resto della traccia non ne è a mio avviso all’altezza, e sembra quasi un riempitivo
nell’attesa di ascoltare nuovamente quello stacco. Per essere chiari comunque, vale lo stesso
discorso fatto per “Again the Fire will Burn”, ovvero non ci troviamo di fronte ad una
canzone brutta, ma neanche a nulla di epocale (intro e stacchi a parte).
La chiusura del disco è lasciata alla lunga “Highlander”, che sfiora quasi i dodici minuti
di lunghezza ma che dopo i primi ascolti filano comunque via senza troppi problemi. Sia per la
durata che per le idee presenti risulta essere un po’ la summa di quanto espresso in tutto il
disco, quindi un heavy metal a tratti più diretto, a tratti più melodico ma sempre ispirato.
In caso voleste farvi un’idea del disco e del gruppo un ascolto a questa canzone vi schiarirà sicuramente le idee.

Davide Ferrari

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