Gods of Metal 2005 - Primo giorno
11/06/2005
Arena Parco Nord - Bologna
Ed eccomi qui a raccontare ciò che è accaduto al Parco Nord di Bologna nella prima delle due giornate del Gods Of Metal 2005. Ciò che rimarrà ben impresso nei ricordi di chi stoicamente, affrontando il caldo e la polvere, ha deciso di partecipare sono state le molte deficienze nell’organizzazione e soprattutto nel mixaggio dei volumi, praticamente quasi sempre molto bassi. Infatti chi stava nelle retrovie o peggio ancora sulla montagnetta non ha quasi mai potuto ascoltare i gruppi che si sono alternati sul palco.
L’apertura del concerto è stata affidata agli Evergrey, fautori di un metal che miscela benissimo lo stile death tipicamente svedese e la musica progressive. L’unico problema è che quando hanno suonato loro quasi nessuno era presente al concerto, data l’ora (erano le 10:30). L’atmosfera si è riscaldata con Mudwayne e Mastodon, due gruppi molto attesi dal pubblico che cominciava ad affollare il Parco Nord. Nei tempi loro concessi (circa 30 minuti a testa) i primi, dediti ad un nu-metal senza molti fronzoli ed attivi sin dal 1997, traendo a piene mani dalla loro produzione sia recente che passata sono riusciti ad infiammare i presenti. I secondi, la cui musica è una miscela di Hardcore e death metal attivi sin dal 2001, hanno cercato di fare del loro meglio (non aiutati certo dal mixaggio fatto veramente da cani) attingendo dal loro Ep Lifesblood (esordio discografico datato 2001) e dalla loro più recente produzione (Remission e Leviathan). Il gruppo che francamente ha deluso sono stati i Dragonforce che, volendo fare a tutti i costi i fenomeni, hanno finito per annoiare praticamente tutti. E poi ancora non mi spiego cosa ci sia da fare i fenomeni se suoni un Power Metal scontato e senza alcuna personalità (mi è rimasto impresso il chitarrista che scimmiottava Janick Gers quando si gira la chitarra intorno al collo).
Con l’ingresso degli Strapping Young Lad il livello musicale è andato lentamente migliorando (anche se l’attesa era soprattutto per Slayer ed Iron Maiden). Il gruppo canadese, capitanato da devin Townsend (tipico esempio di genio e sregolatezza), ha letteralmente fatto infiammare il Made in Bo con la sua miscela di dark, industrial ed anche heavy metal old-school. Infatti la band ha attinto a piene mani da tutta la sua produzione, non disdegnando a volte alcuni accenni anche a pezzi che Townsend ha cantato nelle sue varie collaborazioni.
Quando sul palco sono saliti gli Obituary l’inferno ha cominciato a trasferirsi sulla terra. Il gruppo americano, capitanato da John Tardy, ha praticamento fatto terra bruciata con il death metal che non lascia prigionieri. Anche se il gruppo, riformatosi recentemente dopo vari dissidi interni, non aveva nuovo materiale da proporre lo spettacolo non ne ha risentito per niente, ed infatti dopo che il loro tempo ha disposizione era terminato il pubblico li ha chiamati a gran voce. Ma la delusione era alle porte. Invece degli Obituary il pubblico ha visto salire sul palco i Lacuna Coil, band tricolore capitanata da Cristina Scabbia, fautrice di una miscela di metal e gothic rock che mal si sposa con una manifestazione come il Gods. Il problema non era tanto lo stile musicale del gruppo, che in sè non è niente male, ma il momento in cui hanno dovuto suonare. Mi sto ancora chiedendo chi è stato il demente che ha deciso di farli suonare tra gli Obituary e gli Slayer. ImmaginateVi che razza di audience si sono trovati. Il risultato è stato un continuo lancio di vari oggetti (tra cui anche cibo) che ha infastidito non poco la band.
A calmare gli animi (se così si può dire) ci hanno pensato i paladini del Thrash Metal della Bay Area, gli Slayer. La band capitanata dal sempre carismatico Tom Araya, ha letteralmente regalato al pubblico presente un’ora e mezza di violenza allo stato puro, proponendo praticamente tutti i pezzi che hanno fatto la storia del gruppo, non disdegnando però di pescare nella produzione più recente. La prova è stata la continua nube di polvere che si è alzata durante l’esecuzione di tutti i pezzi. Ma il clou della serata è stata l’esibizione della Vergine di Ferro, uno show incentrato quasi totalmente sui primi quattro album prodotti dalla band.
Lo spettacolo ha avuto inizio sulle note di Ides Of March e Murders In The Rue Morgue (ed ai fans di vecchia data è tornato in mente il primo show italiano degli Iron con Bruce Dckinson alla voce “The Beast On Tour” che iniziò esattamente con gli stessi pezzi). La band ha praticamente saccheggiato i primi quattro album proponendo dei classici che da un po’ di anni non si sentivano più. Basti pensare a brani come Running Free, Where Eagles Dare, Die With Your Boots On e Phantom Of The Opera (l’ultima volta che il pubblico l’aveva sentita fu durante la tappa milanese dell’Ed Hunter Tour e se non ricordo male era nel lontano 1999).
Ciò che ha stupito è stato l’intro di uno dei cavalli di battaglia della band, The Number Of The Beast; stavolta è stato lo stesso Dickinson a cantarlo (sarà stato un altro "colpo a segno" del fonico?), oltre ad aver alzato di una tonalità l’intera canzone. Come gran finale la band ha proposto una quaterna da far paura Hallowed by the name, Iron maiden (con Eddie che stavolta faceva realmente paura: infatti non aveva un corpo ma solamente una testa che si apriva facendo intravedere il cervello contenuto al suo interno), Running free (cantata a squarciagola persino dal personale della security) e Sanctuary (ed anche qui tutti abbiamo potuto rivivere le emozioni che nel lontano 1985 coloro che alla Long Beach Arena avevano vissuto durante quella tappa memorabile del World Slavery Tour).
Per concludere posso senza dubbio affermare che i Maiden sono come il vino: più invecchiano più migliorano. Ora non ci resta che attendere il nuovo lavoro.
Donato "Dannyozzy72" Tripoli
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