Labyrinth + Dark Horizon
01/04/2005
Thunder Road - Codevilla (PV) | Oddly Shed - Caserta
Riuscire ad unire chi di certe sonorità è un amante da sempre con chi, in un modo o nell’altro, le ha sempre evitate è un impresa che definire ardua è poco. I Labyrinth con “Freeman” ci sono riusciti a pieno ed un esempio tangibile si è ricreato all’interno della redazione. Questo special live report, che raccoglie due date in due differenti località, ha l’obiettivo di mostrare le differenze e le analogie tra i due punti di vista, evidenziando che la classe e la creatività sono in grado di abbattere sia le barriere musicali che i pregiudizi reconditi. Buona lettura.
01/04/2005
Thunder Road – Codevilla
In occasione dell’uscita di “Freeman”, i Labyrinth partono per un tour che li vedrà protagonisti indiscussi di alcune date in parecchi locali italiani e di tre serate come spalla per Angra e Dream Theater. Non posso quindi lasciarmi sfuggire l’occasione di rivedere dal vivo questa incredibile band e senza esitazione mi reco al Thunder Road di Codevilla, in provincia di Pavia, per assistere al secondo concerto di questo tour tutto tricolore. Dopo una succulenta intervista con il gentilissimo tastierista Andrea De Paoli aspetto, tra una birra e l’altra, l’inizio del concerto. Verso le 22:00 il locale inizia a riempirsi di persone e circa un’ora dopo i Dark Horizon salgono sul palco a la festa ha inizio davanti ad un pubblico di piccole dimensioni. La band piacentina propone diversi estratti dall’ultimo “Dark light’s shades” e termina il proprio show con la lunga “Power of the rune”, unico pezzo tratto dal debutto “Sons of god”. Dopo un rapido cambio di palco le luci si abbassano e l’ audience inizia ad animarsi; ancora qualche breve attimo per gli ultimi preparativi nel backstage, i Labyrinth infilano le camice di forza, protagoniste assolute della prima parte dello show, il De Paoli inforca un paio di lenti a contatto zebrate ed eccoli precipitarsi sul palco per dare inizio a questa roboante performance di sano metal tutto tricolore. L’intro di “L.Y.A.F.H” riempie l’aria, il sipario nero che teneva nascosto lo stage si apre e dopo pochi attimi sale sul palco un Roberto Tiranti, preceduto dai suoi compagni, prigioniero totale di una camicia di forza; verso il finale di questa meravigliosa song il carismatico singer si libera dai lacci che lo tengono legato e inizia a saltare a destra e a manca mentre esplode la veloce “Linvin’ in a maze” seguita senza un attimo di tregua da “Deserter”. Il vero protagonista della serata è proprio lui, Mr. Roberto Tiranti, che tra una battuta e l’altra tiene palco come solo pochi artisti sanno fare, autore di una prova vocale incredibile cercherà per tutta la sera di far scatenare un pubblico di per sé esaltato ma statico che inizierà a dare segni di vita solo verso la fine del concerto. Si prosegue ancora con “State of grace” e la velocissima quanto dirompente “Dive in open waters” che è cantata da tutto il Thunder Road; il pubblico rimane letteralmente colpito dalla violenza di questa canzone e Roberto poco dopo ci tiene a precisare che l’anomala interruzione nel finale del pezzo è dovuta proprio “alla menti malate della band” facendo ridere tutti i presenti. Si torna poi indietro nel tempo e iniziano i veri cori con “Touch the rainbow” che anticipa “Lady lost in time” la cui parte acustica è cantata prima dal pubblico e successivamente da un Tiranti davvero ispirato e toccante. Senza un attimo di sosta si ritorna al presente e sono eseguite la melodica “Freeman” (in assoluto il pezzo più bello, a mio avviso, di questa nuova release) e la veloce “M3” dedicata dal moro singer alla sua 500 Abarth. La coppia Cantarelli/Gonella si rivela davvero vincente: autrice di un’ottima prova alle chitarre i due macinano riff e soli senza un attimo di esitazione, non sbagliando mai una sola nota; pezzi vecchi sono alternati ad estratti più recenti e si torna indietro nel tempo con “Just soldier (Stay down)” fino ad arrivare a una chicca per gli amanti della band italiana: a sorpresa di tutti parte “No limits” title track di quell’incredibile debutto che dava proprio il via all’avventura chiamata Labyrinth. Lo show della band termina con un trittico devastante: la splendida “Face and Pay” seguita da “Synthetic paradise” e dalla conclusiva “Infidels” che, come annuncia Roberto prima di eseguire il pezzo, è stata scritta appositamente per ricordare i morti della strage di Beslan. Tra gli applausi della gente i Labyrinth salutano e se ne tornano nel backstage ma solo per sfilare via le scomode camicie di forza e indossare una più comoda tenuta da palcoscenico. Dopo qualche minuto Mattia torna dietro le pelli, mentre il pubblico inizia a gridare il suo nome…successivamente sarà il turno di Andrea che darà il via alla base della lenta “Malcolm Grey”. Da qui in avanti l’audience presente inizierà a scaldarsi e a cantare a voce sempre più alta i pezzi conclusivi di questa grande esibizione. Le note di “Slave to the night” riempiono l’aria ed esplode questa grande song con un Roberto Tiranti coperto, come da consuetudine, da un lungo mantello nero che ne nasconde l’intero corpo. Un ultimo tuffo nel tempo per la scoppiettante “Piece of time” e i Labyrinth salutano i presenti con “Moonlight” richiesta a squarciagola per tutta la sera dai presenti e che vede Tiranti sfoderare le sue eccezionali doti di cantante per un finale da brivido! È’ delirio. Finalmente i pochi presenti allo show si scatenano, e tutti come un’unica voce cantano in coro questo splendido pezzo che ha fatto la fortuna del combo italiano. Tra gli applausi generali i Labyrinth ci salutano, questa volta per davvero. Bentornati Labyrinth!
Daniele Amerio
14/04/2005
Oddly Shed - Caserta
Un lavoro convincente, diverso, folle; tutto questo e molto di più è “Freeman”, album che è riuscito a fare avvicinare a questa serata con ampio ottimismo anche chi, come chi scrive, non è solitamente abituato a certi tipi di sonorità. Specchio del successo riscattato da questa release è il parcheggio dell’Oddly Shed che, al mio arrivo, risulta già affollato a dovere per riuscire ad onorare una volta tanto il lavoro di Delirio Concerti ed Up The Irons Group.
Al mio ingresso all’interno del locale casertano sono già on stage i Remedy Lane con il loro power che ha tra i suoi migliori pregi quello di alternare, senza tediosi e pacchiani particolari, una melodia molto marcata alla potenza propria del genere. Il set, arricchito da due cover, è decisamente buono e riesce a compiere senza pecche l’arduo compito di apripista della serata.
A seguire arrivano i sempre ottimi Valiance, ormai molto conosciuti nell’ambiente metal campano e non solo. I napoletani, molto in forma per la serata speciale, offrono la solita granitica prestazione che raccoglie non pochi consensi tra il pubblico che, senza esitazioni, si mostra subito convinto e partecipe. La prestazione dei sei è fondata sull’ottima tenuta del palco che, bilanciando i cali dovuti ad un’originalità su cui lavorare, gli consente in ogni istante di risultare pienamente coinvolgenti grazie anche ad un’ottima capacità esecutiva. Da segnalare, a chiusura del loro show, la cover della celeberrima “Born To Raise Hell” dei Motorhead che, ben suonata, comincia a scaldare il pubblico per il grande show a cui sta per assistere.
Il front stage si svuota momentaneamente un po’ per il decreto antifumo ed un po’ per far scorrere i costosi fiumi di birra che il locale mette a disposizione, mentre vengono preparati gli strumenti per il momento clou e sul palco s’intravede un entusiasta Roberto Tiranti. Pochi minuti di attesa e tutto è pronto per lo show e la conferma arriva all’intro di “L.YA.F.H.”, opener di “Freeman” che qualcuno già sembra aver assimilato accompagnando Roberto durante tutto il brano. Sin dall’inizio la band appare in una forma splendida: un Tiranti sopra le righe fa da perfetto interprete di quanto gli altri riescono perfettamente a costruire alle sue spalle: un sound quanto mai moderno, personale e splendidamente in linea con il distaccamento dalle camicie di forza da cui la band si libera all’ingresso sul palco. Una liberazione che ha il suo perfetto corrispettivo all’interno della musica proposta, una concretezza che sfugge a qualunque obbligo verso i ridicoli stereotipi da molti colleghi usati come cavallo di battaglia. Tutto è incredibilmente perfetto ed emozionante per il pathos che la band comunica al pubblico e che raggiunge l’apice in due momenti particolari. Il primo di questi è quasi immediato e coincide con l’esecuzione di “Dive In Open Water”, uno dei più bei brani in assoluto di “Freeman”. Un tributo al nuovo spirito dei Labyrinth con cui, anche chi non aveva avuto modo di ascoltare il disco precedentemente, entra subito in confidenza: quando partono le chitarre gemelle in stile “svedese” l’Oddly si scatena fino all’ultimo secondo, coincidente con l’anomalo scioglimento volutamente sottolineato da Tiranti così come fatto a Codevilla. L’altro succitato momento, probabilmente il clou dello show, arriva purtroppo quando i saluti sono vicini. Acclamata per l’intera serata giunge dagli amplificatori del locale la classica “Moonlight”; tutto il resto è storia per i presenti e rammarico per chi non c’era.
Con l’orgoglio di aver avuto il privilegio di poter assistere ad una serata di questo calibro, lasciamo l’Oddly Shed tra una soddisfazione generale che non ha eguali e con la speranza di poterla rivivere quanto prima. Grazie Labyrinth!
Domenico "k725" Piccolo
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