Se da un lato può dare maggiore visibilità, creare aspettative e facili entusiasmi, dall’altro, uscire con una “parte seconda”, può essere un rischio non da poco…i richiami col disco madre sono per forza di cose scontati, e il flop può essere dietro l’angolo… Questo nuovo album dei Labyrinth, che segna il ritorno in line-up di Olaf Thorsen (e, ahimé, l’abbandono del batterista Mattia Stancioiu e del chitarrista Pier Gonella), fortunatamente non incappa nella famigerata sindrome della “parte seconda” (esempi eclatanti: Gammaray e, in parte, Queensrÿche)! È bene chiarire subito due cose: in primis, questo album, perde nettamente il confronto col predecessore (del 1998), un disco troppo importante, che ha segnato la storia del metal italiano (anche se personalmente gli preferisco i successivi), in secondis, fortunatamente, non scimmiotta il sound della “parte prima”, ma ha uno stile proprio e si attesta su livelli più che discreti.
Questo “Return To Heaven Denied II – A Midnight Autumn’s Dream” si apre alla grande con un brano lungo e potente, The Shooting Star, (l’unico che cita musicalmente la “parte prima”) che sembra riportarci indietro di oltre dieci anni: ritmiche più lineari, doppia cassa, melodia e un coro strepitoso. Ottimo lo stacco centrale dei solisti Thorsen/Cantarelli ed encomiabile la performance di Roberto Tiranti al microfono. Segue A Chance, un brano raffinato che vede ancora assoluto protagonista il cantante ligure. Davvero efficace la parte lenta che precede il coro e che richiama alla mente le atmosfere del vituperato (ma decisamente sottovalutato) “Sons Of Thunder”. Like Shadows In The Dark invece mi ha ricordato lo stile del disco omonimo (post Thorsen), grazie alle tastiere e a un flavour, a tratti, hard rock. Princess Of The Night e Sailors Of Time (specialmente quest’ultimo) sono brani più lineari e melodici, con cori ficcanti che restano subito in testa, impreziositi da efficaci stacchi strumentali. To Where We Belong è un pezzo power roccioso caratterizzato da un drumming forsennato che lascia respiro solo al coro di stampo decisamente melodico, nato per essere cantato fin dal primo ascolto. A Midnight Autumn’s Dream è un ottimo esempio di come scrivere una ballad senza che sia troppo sdolcinata o scontata. Introdotta da un violoncello che si sposa con le chitarre acustiche e la voce suadente di Tiranti, si sviluppa in un crescendo che sfocia in un coro di gran classe reso magistralmente, ancora una volta, dal singer ligure. Davvero riusciti e toccanti anche i solo di chitarra. Si ritorna al power con The Morning’s Call, mentre In This Void mette in evidenza la vena più progressiva della band, grazie all’apporto del tastierista Andrea De Paoli, qui coinvolto anche nella composizione. A Painting On The Wall ci riporta invece su sentieri più canonici dell’album.
In conclusione posso dire che ci troviamo di fronte ad un album ben realizzato, privo di filler, che però a mio avviso perde in parte dell’imprevedibilità e della fantasia dei dischi dell’era post Thorsen, ma che, per questo, potrà magari risultare più gradito agli amanti di un suono più “classico”.

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