Riecco i Kragens. Li avevamo lasciati, circa due anni fa, alle prese con una pachidermica confusione ispirativa, sfociata poi nell’altalenante e strambo ‘Seeds Of Pain’. Oggi, alla terza prova sulla lunga distanza, i francesi sembrano essersi guardati allo specchio in modo costruttivo, cercando quantomeno di fare pulizia nel proprio songwriting con l’eliminazione di appendici musicali fuori luogo. Il risultato di tale analisi è ‘Infight’, un disco più godibile ed equilibrato rispetto al recente passato, in cui le influenze maturano e cominciano ad essere dosate con parsimonia.

La strada perseguita dai cinque musicisti al servizio di Locomotive Records continua ad essere quella di un thrash variegato e multiforme, con fascinosi chorus che rompono la durezza delle strofe. Strutture regolari ma ben concepite che, se da un lato possono inficiare sull’imprevedibilità del disco, dall’altro restituiscono un prodotto che, grazie all’abilità dei nostri, risulta quadrato ed autorevole. I temi, neanche a dirlo, sono ricchi ed abbondanti ma, come già detto, amalgamati con la chimica giusta. Spariscono totalmente i riferimenti al death svedese, mentre, soprattutto nei ritornelli, si fa largo l’eco pesante e malinconica dei Nevermore. Il peso delle ispirazioni è gravoso ed il rischio è quello di cadere nella banalità del già fatto, ma i Kragens ci mettono tutto l’impegno per partorire un prodotto che suoni più naturale possibile. L’obiettivo è centrato in pieno grazie ad un atteggiamento maturo ed ispirato che, senza far gridare al miracolo, piace e non segnala nei particolarmente grossolani. Il lavoro individuale dei musicisti è sempre sufficiente sia sotto il profilo tecnico, sia dal punto di vista della dinamicità. Come è facile prevedere, il lavoro maggiore è affidato alle due asce che, complice una produzione nettamente migliorata, suonano decisamente più ficcanti e piene. I due chitarristi, senza strafare, sfoderano un armamentario ben assortito e coeso che svaria da assalti spaccacollo che rimandano ai Testament, a momenti più soft vicini allo swedish moderno, transitando per i già citati tributi alla band di Dane. Su questo humus, il singer Renaud Espeche trova terreno fertile per proporsi come valore aggiunto dell’album grazie ad uno stile migliorato sia nell’espressività che nell’integrità nei passaggi da pulito ad estremo.

Un disco che, per contenuti e forma, riesce a farsi piacere anche dopo ripetuti ascolti mostrando una band a cui non manca nè autocritica, nè voglia di migliorarsi. La perfezione, ovviamente, resta ancora un miraggio ma questo ‘Infight’ è da ritenersi un incredibile passo in avanti rispetto ad un passato acerbo. Per il momento, chi non ha target troppo pretenziosi potrebbe offrirgli una possibilità senza timore di pentimenti.

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