Anni fa segurire il black metal era una fede, poi è diventata una moda, ora sembra che sia una moda parlare male del black metal, della sua incoerenza, della sua falsità etc..
Come se uno che suona black, se non brucia anche qualche chiesa o non accoltella nessuno, allora è solo un ciarlatano.
La questione è un altra. Il black aveva senso perchè era MUSICALMENTE innovativo.
Ma il black non ha mai accettato influenze di sorta, e subito dopo aver urlato i primi vagiti si è immediatamente arroccato su se stesso, autoproclamandosi principe di chissà quali valori. I blackster alfieri e sacri conoscitori di chissà quale filosofia, sconosciuta a noi e che, a parte la blasfemia, non ci è mai stata neanche ben rivelata, tanto da farci pensare che tante volte neanche loro sanno esattamente che diavolo stanno dicendo.
E questo ne ha portato inevitabilmente ad una precoce fine, perchè se qualcosa non sa evolversi è destinato a rimanere sempre uguale. Ed allora?
Ed allora che senso ha fare ancora Black Metal? Che senso ha ascoltarlo? Basta prendersi 5/6 dischi fondamentali e spararseli a manetta fino a quando possiamo definirci grandi conoscitori del Black, perché sentiti quelli ha sentito tutto( si si, adesso ve li dico: i primi Mayhem, Darkthrone, primi Immortal, Marduk di “Panzer” e “World Funeral”, Satyricon, Burzum).
Fiero della mia tesi, decido che il Black è morto e che per me non ha più alcun valore artistico. E proprio con questa convinzione in testa mi metto ad ascoltare l’ultimo dei Keep of Kalessin.
Ma ecco che qualcosa dentro la mia testa comincia a cambiare…sembra che un motivo per ascoltare ancora il Black ci sia.. e si chiami “Kolossus”!
Con il dischetto in questione i Nostri aggiungono una tacca sulla loro ascia, e l’ennesimo capolavoro è pronto a farci sognare non appena inserito nello stereo. Le contaminazioni giungono da ogni parte, ed ecco spuntare percussioni, chitarre acustiche, clean vocals, black feroce e thrash compatto e fulmineo, screams, growl, cori, epicità, maestosità. In una parola genialità!
A tratti sembra di cavalcare le onde su un Drakkar guerresco, un attimo dopo discendiamo un colle brandendo una mazza chiodata ed il secondo dopo eccoci al buio in un bosco, riflettendo sul perché gli Dei sembrano non ascoltare i nostri lamentosi perché.
La band è in ottima forma, la produzione è eccelsa, ma soprattutto la sensazione è quella di una musica che abbia ancora qualcosa da dire, e che lo dica bene.
Niente sterilità spacciata per coerenza, nessun diversivo per variare la minestra, qui le influenze sono strettamente funzionali allo scopo e l’obiettivo è centrato in pieno.

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