Freddo, oscurità, dolore. Queste sono le sensazioni che richiama lo splendido esordio dei Katatonia, che folgorano la scena doom-death con questo intensissimo lavoro, diventato presto uno dei punti di riferimento del genere. Il vero e proprio debutto in realtà era avvenuto un anno prima con un EP (“Jhva Elohim etc. etc.”) che aveva attirato su di sè l’interesse di molti. Il sound del gruppo oggi è cambiato parecchio rispetto ai primi dischi: il death è stato progressivamente abbandonato per una sorta di dark “sostenuto” che ha forti rimandi alla musica dei Cure. La forma è cambiata, ma il messaggio dei Katatonia è rimasto fondamentalmente lo stesso in tutti questi anni.
Comunque già nel 1993, nonostante la giovane età, i nostri baldi svedesi dimostravano una maturità compositiva invidiabile, sapendo stemperare la rabbia death con momenti più riflessivi ed intimisti. Il disco è costituito da brani lunghi, complessi, in cui gli intermezzi acustici si incastonano come gemme, ed è permeato da un’atmosfera incredibilmente evocativa, anche grazie ad un intelligente uso delle tastiere, mai invadenti (e qui la mano di Swano come produttore è stata probabilmente determinante).
Il disco inizia con una breve introduzione, in cui un lamento distante, ultraterreno, ci proietta in un mondo di ombre, gelido e oscuro. I pezzi a seguire hanno un incedere lento e malinconico, intervallati da splendidi stacchi, che per un momento riportano l’ascoltatore a sè stesso nel quadro che sembra affiorare dalla musica, il quadro di un uomo incredibilmente solo e disilluso che, rivolgendosi a un Dio che non c’è (“Without God”), ha come unico interlocutore la natura nordica che lo circonda, immobile, ghiacciata e silenziosa.
Dopo i primi quattro brani, un breve passaggio acustico di infinita tristezza (“Elohim Meth”) crea una sospensione perfetta per la ripresa con le due successive, lunghe composizioni che si snodano su un tema portante, per poi liberarsene improvvisamente con accelerazioni (“Velvet Thorns”) e divagazioni acustiche (in “Tomb of Insomnia” c’è uno stacco effettato al terzo/quarto minuto da far accapponare la pelle).
La conclusione è affidata ad una splendida outro di un paio di minuti che, verso la fine, ripropone in chiave diversa uno dei temi musicali di “Without God” (quasi a volerne ribadire il concetto).
Le musiche sono tutte di Blackheim, ispirato chitarrista che ha dimostrato le sue doti di compositore anche in altre interessanti band come Bewitched, Diabolical Masquerade (più black-oriented) e, recentemente, Bloodbath insieme all’amico Michael Akerfeldt degli Opeth. Ma il merito della bellezza di quest’album è da attribuire sicuramente anche a Jonas Renske, voce della band, autore dei testi – che poggiano meravigliosamente sul lavoro di Blackheim – e persino batterista (abbastanza essenziale, per la verità, ma comunque appropriato).

I Katatonia non potevano presentarsi meglio sulla scena, offrendo all’ascoltatore un disco che sorprende, emoziona, coinvolge: in poche parole lascia il segno, soprattutto se si è dell’umore adatto. Se apprezzate gruppi come Paradise Lost, My Dying Bride, Tiamat, e conoscete i loro esordi non proprio sfolgoranti, vi meraviglierete della maturità di questo lavoro. Se invece approdate a DODS solo dopo aver conosciuto i Katatonia nella loro “seconda incarnazione” vi stupirete dell’incredibile evoluzione musicale che il gruppo scandinavo ha intrapreso in tutti questi anni.
Rifacendosi al titolo, un disco perfetto per una giornata invernale. Da non perdere.

Fabio “Mordred” Bronzoni

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