“Sono tornati”. Questo è stato tre anni orsono il primo pensiero del Journey-fan medio all’attacco di “Never Walk Away”. Toccò a “Revelation”, ennesima, inconfondibile dimostrazione di una classe dura a morire, ricondurre i Journey ai loro antichi splendori come non succedeva da parecchi anni. Diciamola tutta, l’arrivo di Arnel Pineda (the “philipine clone”, come fu sarcasticamente ribattezzato da Andre Matos) ha ridato linfa a una band che pareva destinata a un lento e inesorabile declino. Smaltita dunque l’ebbrezza del gramde ritorno giunge inesorabile l’ora delle conferme ed ecco il nuovo, attesissimo lavoro, con il consueto titolo ad effetto e la copertina dal grande impatto simbolico come tradizione vuole. “Eclipse” è un disco cui da subito occorre, come si dice in gergo, fare l’orecchio, un disco che esplora territori non prettamente AOR, perlomeno non come lo hanno inteso i Journey nel corso della loro carriera. Non temete, non c’è niente di radicale o sconvolgente in questo disco, se non un’autentica voglia di raccontare le stesse cose con parole diverse. Ecco quindi che il sound si fa più frizzante, la struttura dei brani più varia ed eterogenea, le melodie leggermente più ricercate e in generale, un’opera che si caratterizza per un appeal meno smaccatamente radiofonico. A suo modo, una piccola rivoluzione. “Eclipse” è un esempio calzante del concetto di album “guitar-oriented”, caratterizzato com’è in tutte le sue sfaccettature dalla magica sei corde di Neal Schon che sembra volersi infilare ovunque, fra ipnotici riff e scintillanti accordi aperti come nel memorabile uno-due iniziale. La parte centrale del disco è caratterizzata da sonorità più convenzionali e coincide con un leggero abbassamento di tensione che ha la sua punta di eccellenza nella toccante “Resonate”. Dicevamo prima dell’instancabile Neal Schon e del suo impatto sull’economia dei pezzi fra assoli, riffs, arpeggi e chi più ne ha più ne metta. Forse per una naturale legge di compensazione, i brani sembrano in generale meno rifiniti e per certi versi più spontanei; il fascino del disco se vogliamo sta tutto quì, in questa diversità che stride almeno in apparenza agli orecchi dell’ ascoltatore più attento, ma che regala numerose chiavi di lettura. Senza tralasciare ovviamente la consueta maestria da parte dei singoli membri. Tanta carne al fuoco dunque, ma c’è un pezzo che merita uno spazio tutto suo ed è “To Whom It May Concern”, un brano dal sapore particolare che con il suo incedere solenne assume toni quasi operistici. Onore ai Journey dunque che dopo quarant’anni di carriera si cimentano in un album dalle sfumature per certi versi inconsuete. “Eclipse” è l’ennesima prova di classe da parte di una band che si è presa la briga di scrivere un capitolo del tutto nuovo nella propria discografia, un’operazione certo non esente da rischi ma tutt’altro che frutto della casualità. Come già detto l’impressione iniziale spiazzerà un po’ le orecchie più allenate, ma ho la netta sensazione che il disco verrà rivalutato col passare del tempo, magari dopo il necessario periodo di assimilazione. Davvero difficile chiedere di più a chi in quattro decadi, fra decine di hits e milioni di copie vendute, ha dato dimostrazioni di classe sopraffina a destra e a manca. Comunque la pensiate, che il disco vi piaccia o meno, grazie comunque Journey!

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