…e alla fine sono riusciti a strapparmi un sei, questi Jezabel. Partiti benino col primo ascolto (buona produzione, cantato in castillano che apprezzo), ascoltandoli successivamente non riuscivo a togliermi dalla testa la parola “Helloween”. Già, perchè in alcuni punti si rasenta proprio lo scimmiottamento palese delle Zucche di Amburgo, per suoni di chitarra, riffing, melodie e timbro del cantato.
Questa impressione è molto netta, ad esempio, nella opener “Sigue un paso màs” (“Glaciares” è solo un intro, infatti) o in “Signos”. A caratterizzare la prima c’è inoltre un assolo di tastiera a metà strada fra Stratovarius e Sonata Arctica (anche se più orientato verso i secondi, quando non vi suoni Jens Johansson ovviamente), mentre la seconda si distingue per un interessante incedere in levare della batteria. Caratteristica comune sono comunque le melodie, che maledettamente ti ritrovi a fischiettare e canticchiare senza nemmeno rendertene conto.
Abbiamo accennato al cantato prima: ascoltatevi “Alas de acero” e scoprirete che Michael Kiske deve avere qualche parente nelle pampas argentine, data la fedeltà al suo timbro che potrete trovare nella voce di Leandro Coronel. Ma su tutto il disco non si discosta molto dallo stereotipo del cantante power, anche se bisogna dire che per fortuna non eccede negli strilli gratuiti. Anche i raddoppi armonici di chitarra e voce ricordano assolutamente quanto fatto da Weikath e soci vari, con solo l’innesto di una tastiera qua e là a rafforzare e sottolineare qualche passaggio.
Ma allora, se ci troviamo di fronte a un gruppo fortemente debitore degli Helloween (per non usare la parola “clone”), perché si è arrivati comunque alla sufficienza?
Come ho fatto notare all’inizio della recensione, è un sei strappato proprio con le unghie quello che gli argentini riescono ad ottenere, e deciso all’ultimo istante.
Sì perché comunque questo disco si lascia ascoltare, si lascia canticchiare. Non passerà certamente mai alla storia, né i Jezabel scriveranno mai con questo album pagine importanti per il metal melodico (forse solo per quello argentino, che non mi risulta essere troppo sviluppato), ma potrà regalarvi una o due settimane di piacevole ascolto, in cui verrà ascoltato abbastanza spesso. Se solo fosse uscito nel 1996 o nel 1997 molti avrebbero gridato al capolavoro, beninteso.
Nel CD è infine anche presente una traccia dati contenente il video dell’opener “Sigue un paso màs”, video realizzato come spesso accade nel mondo metal in maniera quantomeno approssimativa e amatoriale, ma non è certo da questo che si giudica un album o un gruppo.

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