A volte capita di essere colpiti immediatamente in positivo o in negativo da un disco, che sia per i suoni, la potenza, il cantato, la tecnica o le melodie. “Come Somewhere”, invece, ha richiesto un tempo un po’ più lungo perchè riuscissi a farmene un’ opinione.
Contrariamente a quanto si potrebbe a questo punto supporre, il primo solo album del batterista dei sottovalutati rocker King’s X è tutt’altro che un’opera complessa ed ostica: al contrario, è composto da canzoni tutte di durata medio-breve, dalle melodie immediate e dagli arrangiamenti molto sobri.
La risposta a questa apparente contraddizione risiede probabilmente nel disco stesso, il quale si rivela una collezione di buone canzoni singole che tendono però nel complesso a uniformarsi l’una con l’altra, creando un quadro piacevole ma dai tratti un po’ sfocati.
Come detto, comunque, la qualità in “Come Somewhere” non manca: dall’opener “The Kids” (in bilico fra acustico ed elettrico) fino a “I Saw You Yesterday” (ideale conclusione dell’album) Gaskill ci allieta con le sue composizioni, ignorando completamente mode e generi e offrendoci un disco genuino e sincero che, con un sound comunque piuttosto particolare, rende omaggio a tutti i gruppi che più ama e che lo hanno influenzato come musicista.
Quasi tutte le canzoni trovano il loro fondamento sulla chitarra acustica e sulla voce di Jerry, una voce non eccezionale che tuttavia trova riscatto in una serie di testi coraggiosi, molto personali, a volte piuttosto enigmatici, ma sempre molto onesti e che meritano davvero di essere ascoltati.
Musicalmente, “Come Somewhere” si discosta spesso e volentieri dal sound della band madre King’s X: appare qui molto più evidente il grande amore di Gaskill per le band degli anni ’60/’70, che vanno dai Beatles ai primi America, rievocando di tanto in tanto i Jethro Tull più acustici ed i Genesis più rilassati e melodici, non disdegnando in altri momenti una certa psichedelia alla Grateful Dead.
Gli highlight del disco riguardano sicuramente i primi brani, da “She’s Cool” (dove elettrico ed acustico si accostano in grande armonia) alla splendida (e mia personale preferita) “Johnny’s Song”, dalle toccanti “No Love” e “Faulty Start” alle Beatlesiane “L.A.Flight” e “All the Way Home”. Anche in chiusura comunque vi sono delle piccole gemme come “Gallop” o “Hello Mrs.”, convincenti nella loro semplicità. Meno riusciti sono invece i momenti dove Jerry “calca la mano” sulla pesantezza, come ad esempio nella conclusiva “Face the Day”, che risulta un po’ fuori luogo.
In tutto il disco la batteria è suonata con grande misuratezza, tanto gusto e zero virtuosismi, (dei quali Jerry sarebbe pure ben capace), e la cosa ben si sposa con l’idea alla base del disco. Da segnalare infine la partecipazione in alcuni pezzi di Ty Tabor (compagno di Gaskill nei King’s X) alla chitarra elettrica.

Un disco particolare, orecchiabile ma sfuggente, soft ma non privo di momenti ombrosi e più “duri”. Sicuramente un disco onesto, genuino, e questo lo apprezzo molto.
Un album non impeccabile, non imperdibile, ma che personalmente ho trovato interessante e piacevole: decisamente sconsigliato ai fan della musica estrema ed a chi fa della pesantezza sonora il proprio pane, lo consiglierei invece a chi è in grado di apprezzare anche sonorità soft e lontane dall’heavy metal, così come ovviamente ai fan dei King’s X.

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