Il momento di maggior successo degli Ivory Tower si può collocare alla fine degli anni ’80, anni in cui il loro disco d’esordio “Heart Of The City”, grazie al lavoro ai fianchi di alcune emittenti rediofoniche e delle ripetute esibizioni in molti club del nord est americano, riuscì ad imporsi all’attenzione di molti e a ritagliarsi una buona fetta di vendite (circa 10000 copie) in un mercato ipersaturo come quello di allora. Forti dell’interesse suscitato Mike Wilson e soci cercarono di sfruttare il momento e realizzarono quindi un secondo lavoro che non vide mai la luce a causa della repentina virata del music business dei primi anni 90 (ricorderete/saprete del cosidetto Grunge, no?). Ci pensa ora la Metal Mayhem a “vendicare” il gruppo americano pubblicando questo “Little Bits Of Dreams”, album che non cambierà certo la storia della nostra musica – nè ovviamente l’avrebbe cambiata a suo tempo – ma che si lascia ascoltare tranquillamente pur senza farci mai esaltare oltremodo.

L’heavy melodico (o energico hard rock, chiamatelo come meglio preferite) che gli Ivory Tower ci propongono è perfettamente calato negli anni che hanno visto la band in attività, una miscela ben congegnata di tutti gli ingredienti necessari per piacere: una voce grintosa ma anche melodica, delle chitarre taglienti come rasoi e molto presenti, dei ritornelli immediati. Stilisticamente mi hanno ricordato i White Lion (“Love’s Calling” e “Prima Donna”), soprattutto per il cantato di Mike Wilson fortunatamente non “cantilenante” come quello di Mike Tramp, anche se il taglio chitarristico li avvicina forse a gruppi dal suono più diretto come i misconosciuti XYZ di Marc Diglio (“Gimme All You Got” e “Love Or lust”). Non mancano le ballad (“Jamie” e “It Hurts To Say Goodbye”, entrambe a dir vero banalotte) ed i brani più incalzanti e frenetici (“Rock Show”) e rock’n roll (“Talk Trash To Me”, quest’ultima tra le migliori del lotto) anche se in genere si viaggia su tempi e melodie classiche del cosidetto hair metal di fine anni 80.

La produzione del disco risente sia del tempo che dei relativamente scarsi mezzi a disposizione del gruppo ma tutto sommato è più che buona, anche se la chitarra, come già detto, è forse troppo prepotentemente protagonista, al punto da risultare a tratti perfino fastidiosa. Insomma, un disco dal sound “classico”, che mi sento di consigliare però solo agli aficionados delle sonorità di quasi due decadi fa.

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