Ci sono gruppi che hanno fatto del minimalismo la loro impronta distintiva, gli Isvind sono fra questi. “Dark Waters Stir” esce nel ’96 per l’etichetta tedesca Solistitium, è il primo album (dopo due demo e un Ep) di questo gruppo norvegese, poi diventato un culto per i seguaci del Black Metal, e già dalla “facciata esterna” (la grafica) mostra tutto il suo carattere: un artwork bianco con poche scritte, solo le essenziali, nere. Non ci sono i testi delle canzoni, ma solo una frase fondamentale per capire il carattere medianico di questa musica, abilissima nell’introdurre l’ascoltatore nei segreti più profondi della Natura: “the keeper am I – I close the gate of live forever – only faceless left to see, only emptiness to breathe”. Da questo capitolo gli Isvind diventeranno un modello di visionarietà musicale da emulare.

Un intro e sette canzoni, tutte molto asciutte, dirette e ferali, tutte animate dalla stessa semplicità apparente, costantemente sorretta da un gusto in sede di riffing che ne determinerà il successo fra gli appassionati delle melodie pregne di tenebra. Sette canzoni scalfite in superficie da una produzione ruvida e porosa, capace di trattenere ogni sfumatura grigiastra e impura che intensifichi l’impenetrabilità di questa musica. “Dark Waters Stir” è un album che può essere comparato ai migliori lavori usciti dalla fabbrica Darkthrone, soprattutto a quello che uscì col nome “Transilvanian Hungher”. Isvind ne ricalca le marce serrate, la veste raggrinzita, nebulosa, mai cristallina, riuscendo però sempre a mantenere un andamento chiaro e facile da seguire. Dall’intro glaciale e oscuro si passa subito a un hit intramontabile “Ulv! Ulv!” (un nome indelebile), ammonimento assassino dell’avvicinamento dell’animale più schivo, famelico e se vogliamo anche un po’ vigliacco, del nord: il Lupo. Dalla canzone successiva, si passa per un regno animato da forze primordiali, istintive, la cui atmosfera e il cui fascino sono resi attraverso la lingua ipnotica di “Stille Sjel” o la tempesta di “As Rane Comes Down”. Per tutto l’album Arak (chitarra, basso, voce ed ex membro Tsjuder) e Goblin (batteria, voce e synth) dispiegheranno un sudario di visioni segrete, domestiche, mai esagitate anche se sottilmente cupe, legate indissolubilmente alla veste notturna della Natura.

Dopo un lento processo di distillazione alchemica ecco emergere un disco che subito diventa capolavoro, attraverso note selezionate, scarne ed efficacissime. Ma si sa, l’essenzialità non è facilmente comprensibile, e questo album potrebbe risultare inaccessibile per chi ama la complessità e artificialità delle sinfonie barocche.

Poche gocce di inchiostro nero e indelebile creano una delle pagine più intime, istintive e funeree del Black Metal attuale. Da avere tassativamente.

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