Era il 1982 quando i Maiden pubblicarono “The Number Of The Beast”. Paul Di’anno aveva da poco abbandonato la band in quanto non più in grado di sostenere gli incredibili ritmi imposti dal successo che Harris e soci erano riusciti a raggiungere con l’omonimo album e con il successivo “Killers” che vedeva, tra l’altro, l’ingresso di Adrian Smith all’interno della Vergine di Ferro. Tuttavia un’altra band in quei tempi muoveva i suoi passi all’interno del panorama metal inglese: i Samson. Proprio questi ultimi avevano alla voce Bruce Dickinson (all’epoca si faceva chiamare Bruce Bruce) che, dopo essere stato osservato per un’intera serata da Harris e dall’ormai mitico manager Smallwood, ottenne l’ingaggio come nuovo cantante degli Iron Maiden.

Da qui in avanti inizia la leggenda.

“The Number Of The Beast” è presentato ai fans londinesi con un incredibile concerto al Rainbow. Il 29 marzo del 1982 il disco esce in tutto il mondo e proietta la band in cima alle classifiche, assoluti numeri uno di una scena metal che andava sempre più popolandosi di gruppi sulla scia dei nostri beniamini. Un disco assolutamente esaltante e perfetto, “The Number Of The Beast” può essere visto come il disco metal per eccellenza: dall’opener “Invaders”, ispirata dalla violenza dell’invasione vichinga in Inghilterra, alla conclusiva “Hallowed Be Thy Name” divenuta a tutti gli effetti una canzone simbolo del metal, si passa attraverso incredibili hits che ancora oggi a più di venti anni di distanza riescono ad esaltare l’ascoltatore grazie alla loro freschezza ed aggressività. Chi tra voi non si è mai chiesto se al famoso numero 22 di Acacia Avenue “lavorasse” davvero quella Charlotte di cui Dave Murray iniziò proprio a scrivere in “Iron maiden”? Oppure chi altri, mesi addietro, attirati dalla curiosità, non hanno guardato almeno una puntata della serie televisiva degli anni sessanta “Il prigioniero” da cui i Maiden hanno tratto ispirazione per comporre la melodica quanto cadenzata “The Prisoner”? Brani come la titletrack, che vede la band accusata di satanismo, la lenta “Children Of The Damned”, ispirata all’omonimo film del 1963 e la veloce “Run To The Hills”, scritta appositamente da Harris per Bruce e che descrive le guerre indiane dell’ovest americano prima dalla prospettiva degli indiani e poi da quella dell’uomo bianco, sono diventate delle vere e proprie icone del metal, conosciute da chiunque e cantate a squarciagola ogni qualvolta i Maiden le ripropongono dal vivo.

“The Number Of The Beast” è un must che tutti quelli che si definiscono amanti dell’heavy metal devono possedere, un incredibile album in cui i veloci legati di Dave Murray, i soli tecnici e melodici di Adrian Smith, le incredibili performance vocali di Bruce Dickinson, unite alla devastante sezione ritmica di Steve Harris, autore tra l’altro del settanta per cento delle canzoni più famose della band, e di Clive Burr sono diventati dei veri e propri capisaldi di questa musica che tanto ci ha appassionati e che continuerà a farlo in futuro.

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