Nell’aprile del 1988 arriva il concept “Seventh Son Of A Seventh Son”, settimo sigillo della discografia degli Iron Maiden ed è subito successo. Preceduto dal singolo “Can I Play With Madness?” canzone divenuta un vero e proprio inno e capace di esaltare ancora oggi milioni di fan, sia giovani sia più vecchi, questo nuovo album è proiettato in cima alle classifiche inglesi e come da previsione raggiunge subito il numero uno a conferma, ancora una volta, di quanto i Maiden siano amati e la loro musica apprezzata. “Seventh Son Of A Seventh Son” vede nuovamente l’utilizzo in dosi piuttosto massicce dei sintetizzatori accostati tuttavia ad un sound maggiormente tagliente ed incisivo delle chitarre di Murray e Smith. Forse l’album più completo, il masterpiece della band. Ancora una volta l’incipit del disco è affidato ad uno dei miglior brani mai scritti dai Maiden e “Moonchild”, liberamente ispirata dal “Liber Samekh” di Aleister Crowley, vede un Bruce Dickinson sugli allori, protagonista strepitoso di una performance vocale da brivido coadiuvato, come sempre, dal sapiente e fresco riffing della coppia d’oro Murray/Smith. Non è da meno la successiva “Infinte Dreams” che dopo un intro piuttosto lento e melodico trascina l’ascoltatore in un vortice di puro heavy metal con continui intrecci di chitarre e solos al fulmicotone resi ancora più affascinanti da una sezione ritmica precisa, potente e mai scontata. Tempo di classici e “The Evil That Men Do”, basata su una citazione si Shakespeare, diverrà un vero e proprio inno della band, assieme alla già nominata “Can I Play With Madness?” e a “The Clairvoyant” riproposte ancora oggi in sede live e accolte sempre da un boato impressionante da parte del pubblico. Il picco compositivo dell’album è raggiunto con la titletrack impreziosita da continui passaggi epici e melodici, oscuri e drammatici nella lenta parte centrale e con un Bruce ancora una volta capace di stupire con la sua voce mentre le restanti “The Prophecy” e “Only The Good Die Young” sembrano brani inseriti solo per concludere l’ album, per riempire con ancora qualche minuto di musica quest’immenso disco capace di emozionare sin dalle sue prime note grazie alla carica melodica ed aggressiva che sprigiona soprattutto se ascoltato a volumi altissimi.

La tournee di supporto a “Seventh son…” debuttò in Canada per poi proseguire lungo un arco di 59 shows per tutte le arene nordamericane. In Europa il tour fu inglobato al Monsters of rock dove i Maiden, affiancati da gruppi come Kiss, Megadeth, Helloween e Guns n’ roses suonarono un fenomenale show da headliner sommersi dall’entusiasmo di oltre centomila fan. Il festival giunse anche in Italia, in quel di Modena, con un bill differente ma sempre guidato dalla sapiente mano di Dickinson e soci, reso ancora più spettacolare dalla meravigliosa scenografia artica che circondava i nostri e da un Eddie più malefico e cattivo che mai.
UP THE IRONS!

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