Il disco più atteso del 2006 è uscito. “A matter of life and death” è da qualche tempo sugli scaffali dei negozi di musica di tutto il mondo e credetemi, in questi pochi giorni ne ho già sentite di tutti i colori. Come al solito gli Iron Maiden spaccano la critica in due, non esistono le vie di mezzo: sicuramente ci sarà chi apprezzerà questo nuovo album, mentre qualcuno farà di tutto per distruggerlo. Personalmente io mi trovo a far parte della prima corrente di pensiero e penso che questo cd sia interessante. Certo, “A matter of life and death” deve essere visto sotto una particolare ottica musicale ovvero bisogna un po’ scordarsi di quello che gli Irons hanno fatto in passato, bisogna in altre parole cercare di comprendere che il tempo passa per tutti e non si può rimanere legati per sempre alle proprie origini musicali. Ormai i sei inglesi hanno mezzo secolo di vita ed è più che logico che il loro stile di suonare e comporre musica sia cambiato rispetto a quel “The number of the beast” che fece la loro fortuna nel lontano 1982.

Se anche voi la pensate in questa maniera allora proseguite pure a leggere, altrimenti smettete pure tanto non vi trovereste d’accordo con me.

“A matter of life and death” è un disco che cresce con il tempo. Personalmente alla fine del primo ascolto ero rimasto un po’ perplesso a causa della mancanza di tutti quegli elementi che da sempre caratterizzano il classico sound dei Maiden. Sono quasi del tutto assenti quei riff esaltanti che ormai da più di venti anni aprono le canzoni della band; mancano quei maledetti assoli, taglienti e veloci, come solo Murray e Smith sanno creare e anche la sezione ritmica di Nicko e Steve risulta un pochino priva di dinamicità. L’unica cosa che non cambia mai è l’ugola di Mr. Dickinson: come se avesse fatto un patto con il diavolo, l’istrionico frontman continua a cantare a livelli eccezionali raggiungendo acuti pazzeschi e infondendo ai brani una carica aggressiva che esalta fin da subito l’ascoltatore.

I brani di “A matter of life and death” si muovono tutti su una struttura melodica piuttosto complessa ed articolata e non per niente hanno una durata media di sei/sette minuti. Nonostante la loro lunghezza, il disco scorre via in maniera molto veloce e ci si ritrova a fare i conti con canzoni piuttosto varie e di facile presa come l’opener “Different World” dal refrain molto orecchiabile, o come la successiva “These colours don’t run”, mid tempo piuttosto sostenuto che rimanda alcune volte, con le linee vocali, a “Rainmaker”. Si prosegue poi con pezzi dal sapore molto dickinsoniano e la tripletta “The pilgrim”, “The longest day” e “Out of the shadows”, quest’ultima una semi ballad davvero atipica per i Maiden, sembrano proprio uscire da un disco solista del carismatico frontman inglese: arpeggi oscuri e acquosi si intervallano a sfuriate di chitarra particolarmente pesanti ed aggressive e anche il cantato di Bruce ci riporta con la mente alla sua carriera solista. Evitando di parlare delle già sentite “Brighter than a thousand suns”, caratterizzata da una buona dosa d’aggressività con suoni di chitarra e riff particolarmente pesanti e insoliti per il classico sound dei Maiden, e della tragica (nel vero senso della parola) “The reincarnation of Benjamin Breeg” arriviamo alla lunga quanto splendida ed epica “For the greater good of God” che vede finalmente i Maiden creare un brano molto accattivante mentre le conclusive “Lord of the light” e “The legacy” risultano un po’ difficili da assimilare a causa forse dell’eccessiva volontà degli Irons di realizzare due brani epici e maestosi.

Ora spetta a voi l’ardua sentenza: comprarlo o non compralo. Io l’ho fatto subito e ancora una volta i Maiden non mi hanno deluso.

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