Spiazzante, cervellotico, pretenzioso. E’ tutta in questi tre aggettivi l’essenza dell’entusiasmante episodio che porta il nome di “The Design” e che firma l’esordio dei giovanissimi Into The Moat sotto la scuderia Metal Blade. Il pregio fondamentale del quintetto a stelle e strisce è una massiccia dose di concreta personalità servita senza mezzi termini all’ignaro ascoltatore che al primo approccio col disco si trova, immediatamente, disorientato da un sound quanto mai asimmetrico dal punto di vista strutturale, quindi sorprendente ed imprevedibile in ogni istante.

Le basi su cui fa forza la proposta dei cinque ragazzi è quella solida del death metal tecnico portato alla perfezione da Death e Cynic; tuttavia con intelligenza, tecnica ed intraprendenza non indifferenti gli ITM tentano di spingersi verso territori mai marcati in precedenza. Ramificazioni sonore eterogenee si distaccano continuamente dal tronco fissato da una sezione ritmica devastante, corposa e quanto mai varia senza farvi più ritorno quasi come un asserto ricorsivo infinito. I break che costellano e caratterizzano i brani sono infiniti e non lasciano mai sospettare cosa stia per avvenire. Questo aspetto fondamentale di asimmetria e gli arrangiamenti conferiti obbligano a vedere i nove brani contenuti in “The Design” come un unica lunga track in cui cercare la continuità di soluzioni e di stile volutamente non garantite nei singoli episodi. L’alternarsi di growl assassini ad altri ragionati e meno potenti, guitar riffing veloce e compatto a giri ipnotici e riflessivi, la violenza del death ai numerosi e singolari influssi di jazz e fusion, possono lasciare perplessi ai primi ascolti di un album per sua natura inizialmente ostico e complesso.

Quello che non permette di guardare a “The Design” come un capolavoro è una disorganicità dovuta all’inesperienza della band che in alcuni casi stenta a fare un uso mirato delle proprie esplosive doti. Nonostante ciò, sono rare le formazioni che all’esordio riescono a combinare una personalità ed un tasso tecnico/stilistico del valore di quello sfoggiato dagli Into The Moat, una gradevole sorpresa per chiunque ami il death nella sua essenza più intricata, “bastarda” e folle possible.

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