Quando l’apparenza inganna. Si scrive ‘Refoetalize’ e si legge come la voglia di andare oltre lo schema tralasciando, sul proprio percorso, numerosi ed importantissimi particolari. E’ così che, una volta avuto tra le mani questo primo EP degli Humangled, ci si ritrova al cospetto di un’opera confezionata professionalmente, esteticamente molto gradevole ma che, nella sostanza, viene ben presto a tradire. Eppure intenzioni ed idee erano più che buone. Unire brutal death con una forte componente elettronica e tecnologica per creare quello che loro stessi battezzano come death-industrial. Una missione che sulla carta può avere fascino, audacia, ma che, nelle quattro composizioni offerte, si presenta ancora acerba ed incompiuta. La transizione che deve portare al matrimonio due generi tra loro così diversi e dissonanti appare, purtroppo, ancora troppo rigida e legnosa. Brani poco equilibrati che, con dinamismo insufficiente, prendono la lezione impartita da maestri come Cannibal Corpse (sempre forte è la loro influenza sul disco) e la recitano infarcendola di filtri, samples e suoni moderni. L’impressione è quella di assistere ad un processo fermatosi alla fase grezza, un percorso di maturazione non ancora portato a compimento. Ritmiche e vocals di repertorio brutal su cui collassano letteralmente sequenze ben concepite in un risultato troppo disordinato e confusionario. La tracklist parte alquanto male con l’ineffabile “The Intruder” per poi avere una forte virata con la buona “Feasting On The Slab” che racchiude il meglio di quello che è attualmente il meglio dell’Humangled. Il pezzo che osa con cognizione di causa, creando una trama che, seppur forte e dissonante, piace e, con la sua maggiore regolarità, si lascia ascoltare senza spazientire come l’opener. Una strada da seguire per un futuro che suggerirà, senza dubbio, scelte più mature ed equilibrate sia in fase di songwriting sia in fase di quel missaggio che costituisce la maggiore nota dolente del disco. Il monotono growl di Andy Goerds, oltre che esibirsi in una migliorabile pronuncia della lingua inglese, finisce immediatamente per infastidire a causa di un volume che riesce a sovrastare quello degli strumenti fornendo un effetto disturbante che, se scelto di proposito, risulta una scelta poco felice. Resta la voglia di averci provato. Una qualità che per ora non premia ma che testimonia la voglia e l’onestà di una band che crede in ciò che fa e che, senza dubbio, nella sua voglia troverà la forza di guardarsi allo specchio e migliorarsi. Auguri e buon lavoro.

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