Pubblicato nel 2005
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È un Europa tutta pagana quella cantata dai francesi Himinbjørg. Ormai arrivato al sesto lavoro, il gruppo capitanato da Mathrien (chitarra, tastiera e voce) e Zahaah (voce e basso) ha mostrato dal ’96 a oggi una notevole capacità di evolversi, mutando stile e suono, ma mantenendo sempre fermi i messaggi pagani trasmessi. Dai primi due album dall’impronta più strettamente black metal infatti gli Himinbjørg hanno saputo toccare le spiagge tiamatiane di Wildhoney con i due lavori “Third” e “Haunted Shores”, per poi riapprodare alle sponde black con il precedente “Golden Age”. Questo ultimo album invece sembra rimeditare sulle esperienze passate, presentando un’ottima commistione di riff black e arpeggi dal sapore antico e ricercato. Europa è forse l’album più epico finora creato, quello più attento all’accento aspro di una religione antica improntata non solo sull’amore ma anche sulla vendetta e la forza. Con Europa siamo di fronte a cori malinconici di bardi del nord, che pur mantenendo l’aria glaciale che permeava “Golden Age”, l’hanno voluta addolcire con passi acustici e riff talvolta meno frenetici e più in evidenza. I riferimenti tematici, che spesso hanno tratto in inganno sulla provenienza del gruppo, si riagganciano ancora una volta in parte alla mitologia scandinava, in parte a quella celtica. Dalla prima infatti, oltre al nome del gruppo (che dall’Edda si legge essere la “dimora di Heimdallr” o il luogo collocato presso l’arcobaleno Bifröst, il ponte per accedere alle dimore degli dei), sono ripresi accenni nei testi (in particolare ad Odino); dalla seconda soprattutto i riferimenti grafici (qua non si ha più il Cernunnos di “Golden Age” in copertina, ma, all’interno del libretto, un lato del Calderone di Gundestrup, calderone fondamentale per la lettura della simbologia celta).
Nel complesso questo ulteriore passo compiuto dagli Himinbjørg sembra un procedere verso soluzioni meste, più cupe e tristi rispetto ai lavori precedenti. La malinconia è resa ancora più spietata e insistente grazie alla produzione, molto più fredda che nel periodo di Haunted Shores, e dalla voce, che sembra essersi inasprita, tanto da rendere più spigoloso tutto il lavoro.

Un’opera che riflette su stagioni passate, su tradizioni dimenticate e che medita con spirito rassegnato e disilluso su giorni ormai andati. Un album maestro nel creare atmosfera, un lavoro da cogliere nell’insieme per carpire ogni parola di saggezza contenuta al suo interno. Una conferma sempre più importante per un gruppo che ha tutto il diritto di inserirsi nei gradini più alti dei rappresentanti attuali del viking metal.

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