Gli Highlord sono ormai un’istituzione del panorama musicale della nostra penisola. Che piaccia o meno, il gruppo torinese è giunto alla release del suo sesto album, un traguardo agognato, costato fatica e dolore, ma che si preannuncia come un nuovo punto di partenza per il futuro della band. Ed ecco che non potevamo lasciarci scappare l’occasione di un’intervista via mail al chitarrista Sted, il quale si è rivelato essere un interlocutore molto schietto e sincero, segno che la testardaggine degli Highlord proviene anche da lui. A voi le parole di Sted.

Ciao Sted, innanzitutto complimenti per il nuovo album che, seppur non distaccandosi dai canoni del power metal, si è rivelato essere un ottimo disco. Com’è nato? Quanto tempo ci avete messo per completarlo in tutto e per tutto?
Ciao! Beh.. ci tengo a precisare che non era e non è nostra intenzione fare un disco che si distaccasse da qualcosa. Non capisco cosa la gente si aspetti: quando fanno un cd i Vision Divine o i Rhapsody of Fire qualcuno glielo dice che è sempre la stessa roba? A ‘sto punto spero di si! Ma poi ancora: suoniamo quello che ci viene in mente, che ci piace, senza scervellarci troppo di come etichettarlo. Per quanto mi riguarda le innovazioni musicali sono finite con Hendrix ed i Pink Floyd adesso si suona musica sulle basi dettate decenni or sono. Realmente, chi ha inventato qualcosa musicalmente nel Metal, siamo onesti! E non ditemi Malmsteen (che adoro) o i Children of Bodom!!!
Comunque, bando alle ciance, “The death of the artists” è nato dopo un periodo difficile in cui la line-up è cambiata radicalmente. Posso dire che ci sono voluti circa 9 mesi di lavoro in solitaria nel mio piccolo home-studio prima che i brani presenti ora nel disco vedessero la luce. Arrangiamenti assieme al resto della band e molte prove assieme al PC hanno dato la rifinitura finale alla struttura dei pezzi che si presentano adesso come li potete ascoltare.

Di che cosa parlano i testi di “The Death Of The Artists”? Si tratta per caso di un concept album?
No, assolutamente no. È un disco che parla di noi stessi. Ripeto sono stati anni difficili per la band, lo split era dietro l’angolo e ci è voluta non poca testardaggine per tirare avanti.

Come vi siete trovati all’interno dei New Sin Studios di Luigi Stefanini, vero e proprio “guru” del metal di casa nostra? Che impressione vi ha fatto lavorare con lui?
Conosciamo Luigi ormai dal lontano 2000. Per noi è stato un piacere tornare a lavorare con lui, ci eravamo preparati molto e questo ci ha permesso di evitare perdite di tempo e dare anche spazio al divertimento.

In sede di recensione ho sottolineato che la sezione ritmica, in particolare il basso, è un pochino soffocata dal resto dalle chitarre e dalla voce. È stata una scelta voluta oppure un “danno collaterale”?
Trovi che il basso non si senta? Cavolo… ci sono un sacco di frequenze basse in questo disco hai provato ad alzare un po’ il volume? Per esempio: nello stacco prima dell’assolo di “Every thrash of me” il basso è bello presente ed ha anche un gran suono anni ’80. Sicuramente la voce e le chitarre sono più in primo piano, ma è normale regola di missaggio. Un disco dove il basso la fa da padrone, se non è di Stuart Hamm (bassista che ha suonato con Steve Vai e Joe Satriani, nonché uno dei migliori della scena, nda), sarebbe un po’ strano…

Quello che salta subito all’orecchio è che i brani sono più pesanti, maggiormente heavy rispetto al passato. Quanto ha inciso in questo senso l’abbandono del tastierista Alessandro Muscio?
È stata da un lato una scelta obbligata e dall’altro un piacevole diversivo. In qualche modo bisognava colmare l’abbondanza di tastiere che immancabilmente sarebbe mancata. Ho deciso di puntare su suoni più spessi e maggior velocità. Puntare su un sound più Heavy penso sia una buona cosa no? Meno fronzoli, più melodia e maggior facilità d’ascolto potrebbero portare gente nuova ad avvicinarsi agli Highlord… almeno lo spero!

Proprio riguardo ad Alessandro, quali sono i motivi della sua dipartita?
Ah non lo so… chiedetelo alla sua ex…

Invece per quanto riguarda la dimensione live? Farete a meno delle tastiere usando basi registrate per i pezzi vecchi oppure siete alla ricerca di un sostituto/turnista?
Stiamo provando con un nuovo tastierista al momento. Vedremo se sarà possibile anche in fase live rimanere il più simile possibile al passato o se dovremo in qualche modo “arrangiarci” anche con l’ausilio di basi registrate. Al momento nulla è deciso…

Parlando sempre degli show dal vivo, ne avete in programma per la promozione di “The Death Of The Artists”?
Al momento abbiamo in programma una sola data il 16 Gennaio al Taurus di Ciriè, provincia di Torino. Dobbiamo ancora trovare una soluzione definitiva per la mancanza della tastiera, quindi fissare troppe date sarebbe rischioso. Manchiamo dai palchi da più di un anno e se potete vi consiglio di venirci a sentire in questa occasione dato che non so quando sarà il prossimo live.

Avete cambiato molte volte casa discografica, praticamente ogni album, se si escludono i primi tre licenziati dalla North Wind. Come mai? Che tipo di problemi avete avuto? E come vi sembra stia lavorando adesso la Scarlet?
Hmm… come mai non te lo so dire. Forse l’eterna ricerca di un qualcosa di migliore, o comportamenti più o meno “onesti” delle precedenti label, vedi la Arise Rec, la quale si meriterebbe una denuncia. Mi pare che la Scarlet sappia il fatto suo. Per adesso abbiamo ricevuto numerose recensioni positive anche per merito loro. La Scarlet ha una buona reputazione, io spero questo possa anche servire per le vendite e per i live.

Come definiresti con pochi aggettivi ogni vostro album?
Heir Of Power: giovane, fresco, immaturo.
When The Aurora Falls: memorabile.
Breath Of Eternity: macchinoso e sudato.
Medusa’s Coil: maturo, ma incompreso.
Instant Madness: frettoloso ma bello.
The Death Of The Artists: figo e significativo.

Ti sai spiegare il vostro successo nella Terra Del Sol Levante, il Giappone? Come mai siete così popolari da quelle parti?
Posso solo pensare che la mentalità in Asia nei confronti della musica sia più aperta. Non solo noi, ma quasi tutti i gruppi metal e rock, vedi Mr Big di recente, godono di maggior considerazione li rispetto al loro paese natale. Non mi vengano a dire la solita cosa: “eh ma li si bevono qualunque puttanata…”. Non è vero! E tenete presente che in mezzo a quelle puttanate, c’è di sicuro anche la vostra band preferita ;-)

Tu sei di Torino, città da cui anche io provengo. Segui la scena underground piemontese? Cosa ne pensi del livello delle band della zona?
Ci sono moltissime band valide, ma non ci sono: a) le strutture; b) il supporto. Mi spiace dirlo, ma i metallari Torinesi sono davvero chiusi. Non solo loro in realtà: c’è sempre diffidenza, invidia, pigrizia. È una cosa disarmante… Senza contare che qui, le cover-band stanno ammazzando la scena live “originale”, dove per originale si intende qualcuno che si è sbattuto e fatto il culo a creare qualcosa di suo e ad avere il coraggio di proporlo in pubblico in attesa si giudizi, non per forza positivi. Troppo comodo dire: “ah ma io suono cover”. Ma sticazzi!!! Qualunque musicista può suonare una cover, tanto non è roba sua… Bella forza! E alla gente che supporta questa cosa gli dico: alzate il culo! Andate da FNAC ci sono un sacco di cd a 10 euro e andate a vedere i live delle band vere non dei copioni, su! Animo, gente!

Ok, l’intervista è conclusa. Se vuoi lasciare un messaggio ai vostri fans, puoi farlo nelle righe che seguono. A presto!
Come sempre ringrazio te per lo spazio e l’attenzione concessaci e tutti gli amici, nuovi e non che da sempre ci seguono e ci danno la forza di tirare avanti! STAY METAL!!!

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