Black metal della più attenta tradizione norvegese, in stile Darkthrone, senza contaminazioni di sorta, pulito, asciutto, molto diretto: questo è ciò che emerge ad un primo impatto con gli Hieros Gamos. Il gruppo portato avanti da Roberto Moro (voce, chitarra, basso) e Amine Labiad (chitarra, basso), sembra essere molto attento a ciò che certi padri del genere hanno insegnato, pur provenendo i due membri da terre calde e solari come Sardegna e Marocco. Questo aspetto non appare aver influenzato sonoramente i due musicisti che in questa prima prova hanno già lasciato una testimonianza molto più fredda ed impenetrabile di tanti altri gruppi di terre scandinave. Musicalmente “Janas” è un lavoro dal doppio volto: se da una parte, quella più abbozzata, compare ruvido, difficile da scalfire per la registrazione molto approssimativa effettuata in casa, con chitarre distorte all’inverosimile, screaming roco e lacerante, batteria veloce e dal suono robotico tipico delle drum machine, dall’altra è anche un lavoro dai riff molto melodici, che creano atmosfere suggestive, malinconiche, che sanno toccare l’intimo dell’ascoltatore anche nei passaggi più glaciali. Peccato che a rovinare il lavoro svolto in fase composizione si intrometta una drum machine molto fastidiosa (troppo martellante e monocorde) e che la registrazione non permetta di cogliere al pieno del loro splendore le chitarre e la loro potenza evocativa; chitarre che quando vengono lasciate parlare liberamente, come nei minuti finali di “Destination Death” comparendo col loro suono antico e pulito, sanno portarci in foreste buie, sopra picchi a strapiombo sul mare o semplicemente in tempi remoti. Un augurio per il gruppo è quello di trovare finalmente membri seri per la sezione ritmica, in modo da poter dedicare il massimo dell’attenzione all’altra componente, quella acustica, lasciando emergere tutta l’atmosfera che il gruppo ha già dimostrato di saper maneggiare. I toni di queste canzoni non solo potrebbero divenire più cristallini, ma sicuramente diventerebbero ancora più cupi e tragici. Da apprezzare l’idea di riallacciarsi nella grafica alle proprie origini e tradizioni, mettendo in copertina un nuraghe e scrivendo il titolo della quarta traccia, “Abyss”, in arabo. Dimenticando per un istante la batteria e lasciandoci rapire solo dal fremito angoscioso di chitarra e voce potremmo credere di esser piombati nuovamente negli intensi anni ’90, quando tutto ebbe inizio..

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