Dieci sono i comandamenti cristiani, come tutti ben sanno. E dieci sono anche in questo caso le gemme preziose che vanno a comporre un’altra sorta di Bibbia, la Bibbia Nera, citando proprio il titolo di una delle songs del disco di cui andrò a parlare. Questa composizione ha il compito di insegnare alle nuove leve cosa vuol dire suonare heavy metal nel 2009, ma anche quello di continuare ad emozionare in modo indelebile i cari vecchi fan che di questa musica si sono cibati ormai per anni. Tutto ciò è così speciale per vari motivi, dei quali il più clamoroso è il fatto sorpresa, visto che sfido chiunque ad aver mai pensato che questo disco avrebbe mai visto la luce, complici le dichiarazioni degli interessati, come spiegherò in seguito. E invece siamo qui a lodare per l’ennesima volta le gesta di un quartetto che ha letteralmente scritto la storia, la quale, e attuale, ennesima reunion ce li ha fatti apprezzare nuovamente, con però un nuovo monicker ed una veste leggermente diversa. Signori, ecco a voi la “nuova” incarnazione dei Black Sabbath, ovvero gli Heaven And Hell. Mr. Tony Iommi ha deciso per una reunion un po’ diversa dal solito, basata solamente sul periodo con Ronnie James Dio alla voce. Nessuna novità sembrava, con la line-up completata dal solito Geezer Butler al basso, e per l’occasione il ritorno di Vinny Appice dietro le pelli. Sembrava solo, per così dire, una sorta di divertissement, visto che le due uscite discografiche sono state solamente un best-of dell’epoca Dio, con due inediti solamente e il resto delle songs tratte dai tre capolavori “Heaven And Hell”, “Mob Rules” e “Dehumanizer”, più un bellissimo live in cd e dvd sempre basato esclusivamente sulle songs degli album citati. Questo era tutto, l’unico piacere del quale sembravamo destinati a poter godere era il fatto di poter finalmente riveder calcare le assi di un palco dei veri e propri mostri sacri della musica che tanto amiamo. E se aggiungiamo le dichiarazioni dei quattro, che continuavano ad escludere la produzione di un nuovo capitolo in studio, con la “scusa” che era inutile uscire per forza sul mercato magari con un prodotto non all’altezza, ecco che le speranze mai vane di poterli finalmente e di nuovo testare su full-lenght si riducevano al lumicino.
Il resto, come ormai sappiamo tutti, è storia recente, ovvero ecco che come per magia i nostri eroi si rinchiudono fra le quattro mura dello studio e annunciano raggianti di aver trovato finalmente l’ispirazione per proporci qualcosa di inedito, con il nome che si pronuncia Heaven And Hell, ma si legge Black Sabbath. Inevitabile quindi che questo tanto atteso “The Devil You Know” si sia prepotentemente inserito fra le più importanti uscite di questo 2009 già convincente e soddisfacente dopo soli quattro mesi.
Già ascoltando la sovracitata “Bible Black”, disponibile in anteprima, ci si doveva aspettare letteralmente un uscita col botto, e così è stato. Inutile girarci tanto attorno con inutili discorsi complicati sul come, quando e perchè. L’unica cosa che deve interessare è che questo è un capolavoro, è letteralmente il disco heavy metal classico dell’anno, ma anche il disco doom, visti i palesi richiami a questo genere che ci sono al suo interno. Questa è un’opera che ogni persona che si professa fan della musica hard ‘n heavy deve possedere. Punto. Ho sentito dei commenti che ritengo assolutamente fuori luogo, soprattutto riguardanti paragoni fra questo e i suoi “colleghi” del passato. Non c’è cosa più insensata secondo me di quella di trovare attinenze o differenze fra cd che sono usciti con non quattro o cinque, ma quasi trent’anni di distanza. I nostri hanno fatto esattamente quello che erano chiamati a fare, ovvero scrivere della musica onesta e coinvolgente, con uno spirito più attuale possibile ma anche un’inevitabile e necessaria anima “retrò” che non si può non riscontrare nei cuori di musicisti che suonano musica da quarant’anni e più.
Nelle diverse tracks di “The Devil You Know” è tutto studiato, ogni diverso aspetto svolge alla perfezione il suo ruolo, amalgamandosi con gli altri e rendendo inevitabile la voglia di ascoltarlo tutto d’un fiato, lasciandosi trasportare da una moltitudine di sensazioni diverse, provocate dalla presenza di innumerevoli atmosfere epiche, solenni, ma anche più sostenute e “metallizzate” al punto giusto. Mi sento anche di lodare la scelta di non chiamarsi semplicemente “Black Sabbath”, non voglio nemmeno immaginare cosa si sarebbe detto sulle eventuali scelte stilistiche. Un nome così pesante comporta una sorta di prigionia su stilemi troppo chiusi, che sono stati sapientemente evitati cambiando semplicemente il nome ma non la sostanza. Ecco che quindi che, ad esempio, spuntano fuori alcune influenze tipiche del periodo solista del frontman Dio, specialmente nei frangenti per così dire un po’ più “spinti”. Del resto se vogliamo essere proprio precisi il gruppo dovrebbe essere in teoria nuovo, e i singoli artisti dovrebbero fare semplicemente quello che pare a loro giusto ed evitare inutili pregiudizi sulla musica. Ma chiaramente noi vogliamo sentire i riff pesantissimi della chitarra di Iommi e i vocalizzi ancora forti e stentorei di Ronnie, non certo qualcosa di diverso. Quindi eccoci accontentati, con un pizzico di novità che evita il problema della ripetitività, con canzoni letteralmente mastodontiche e coinvolgenti. Inutile citarne alcune sopra le altre, tutte hanno un loro perchè, certo, è difficile non esaltarsi di fronte all’epicità pazzesca e “doomy” dell’opener “Atom And Evil” o all’esplosione heavy di “Eating The Cannibals”. L’opera è in pratica il perfetto bilanciamento fra brani più lenti e doom, alcuni mid tempos più marziali e sostenuti, e un paio di “outsiders” più veloci.
Altra cosa da aggiungere è la produzione, ad opera degli stessi Iommi, Dio e Butler, ennesimo plauso ad un vero e proprio masterpiece.
Cosa poter ancora farvi conoscere di “The Devil You Know”? Spero che ascoltandolo tutti possiate condividere le mie parole, e vedrete anche che una delle cose più magiche è il fatto di coinvolgere sempre di più di ascolto in ascolto. Finisco qui, inchinandomi per l’ennesima volta di fronte alla maestria di quattro simpatici “nonnetti” che mi lasciano basito dopo aver scritto la storia per l’ennesima volta. Ma mi lasciano anche con un interrogativo, che spunta fuori spesso quando ascoltiamo ancora disconi di questo tipo. Chi saprà raccogliere la loro eredità quando questi, ma anche tutti gli altri giganti, saranno costretti ad appendere gli strumenti al chiodo? La risposta è un vero mistero, le premesse non sono un granchè vista la “nuova” scena musicale odierna, anche se l’ho già detto, la speranza è l’ultima a morire…

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