Gli Harkonin sono una band che sa il fatto suo. Nati nel 2002, e attualmente (almeno a quanto riporta il loro sito) sciolti, il gruppo originario del Missouri e composto per tre quinti da ex membri dei Fistula giunge al loro lavoro più maturo con questo “Detest”,lavoro che unisce sotto un’unica bandiera il Death Metal e il Black di matrice scandinava, andando a proporre la bellezza di 64 minuti di puro godimento musicale.

Il black di questa band non è mai stato monotono e ripetitivo nemmeno nei precedenti lavori, ma con quest’album i nostri paiono riuscire a fare davvero la differenza, andando a creare song che spesso superano i sei minuti di durata e che riescono a rinnovarsi anche nel corso dello stesso brano con cambi di tonalità e di ritmo, non andando ad incidere troppo sulla velocità per lasciare piuttosto spazio a riff di chitarra più complessi ma per assurdo più facilmente riconoscibili ed assimilabili, che personalizzano le song in maniera netta, differenziandole le une dalle altre.

Non mancano certo i connotati tipici del black, quind le mitragliate a base di doppiacassa e chitarre ossessive al limite tecnico di resistenza delle corde, ma nel complesso la musica degli Harkonin risulta sempre aggressiva, potente ma precisa, tanto che la si potrebbe definire “pulita”.

Satanismo nero e profondo la fa da padrone nei testi della band che non ha mai nascosto i propri credo, ma che non si lascia prendere troppo la mano nemmeno in sede di songwriting, mostrando anche sotto questo aspetto una maturità certo non comune.

E allora la devastante “Insurrection” diventa, con i suoi sette minuti di durata, il miglior esempio della musica proposta dai cinque americani, racchiudendo apertura musicale in accellerazione, voce growl controllata e glaciale, drumming al limite delle umane possibilità e riff ossessionante che però si slancia e distende in “solo” più tecnici quando la voce diventa uno screaming indemoniato .

Sorprende invece l’andamento della opener “Into Oblivion”, che arriva a tratti di puro sfoggio tecnico chitarristico quasi progressive, a interrompere la mattanza che si compie dietro le pelli.

E per non farsi mancare nulla, la bella “Ruled By Tyrants” chiama a gran voce i Primordial e i Bathory, con il suo incedere marziale immutato per tutta la durata del brano.

Un “progressive nero” si potrebbe poi definire la title track, lasciata insolitamente in chiusura dell’album, e giocata su intricate linee chitarristiche, che si avvicinano e distanziano più volte, creando quasi una seconda voce, un lamento musicale sinistro e lontano , fino alla finale esplosione musicale  in cui un’onda di pura violenza nera  travolge l’ascoltatore per il migliore dei finali possibili per un album come questo.

Speriamo sia uno stop momentaneo quello della band… sarebbe un peccato se la scena black perdesse questo combo!

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