Dalla California con furore? No, da Voghera!
Di chi parliamo? Dei nostrani (nonostante i nomi americanizzanti) Hammered Effect, combo che si presenta a noi con un primo lavoro che merita rispetto e attenzione d’analisi.
La copertina ha un non so che di manga giapponese, con un energumeno metallaro tamarro a sei braccia che porta fiero e con orgoglio microfono, bacchette per il drumming, chitarra, basso, martello di Thor e l’immancabile birra.
Ovvio che venga da pensare a una ragazzata o a un gruppo che si prende poco sul serio… e invece trattasi dell’esatto opposto.
I nostri ci prendono per mano (stritolandocela per altro) e con un salto degno del miglior Matrix ci riportano indietro di trent’anni, a quei gloriosi anni ’80 in cui la musica rock era tutta ignoranza e violenza.
Puri anni ’80 dunque: questo sono i cinque, ottimi brani della band, che gioca anche su una produzione volutamente grezza e asciutta, lasciando alle distorsioni degli strumenti il compito di cesellare le song.
Jack Lawson è una copia del miglior Araya, e le song sono un ottimo mix di Slayer (sentite la conclusiva Angel Of Mercy e non potete non notare una somiglianza, o anche qualcosa di più, con Angel Of Death, caposaldo della discografia di Hanneman e soci), e il sound è gretto, veloce e ripetitivo, da pogo assoluto. Poco lo spazio per le variazioni sul tema: qui si parte diretti come un TGV e non ci si ferma fino alla fine del massacro.
Intro veloce che ricorda gli Iron Maiden di “A Sign Of The Cross” e poi subito velocità e urla nitide e pulite nel microfono, fino a un breve rallentamento mediano che interrompe il riff ossessivo della chitarra, seguito da un assolo efficace nella sua semplice composizione. Questa è la struttura di “Dictatorship”, brano più vario e forse più convincente dei cinque proposti.
Da “Unwanted Death Party” invece si parte per 12 minuti di puro Thrash metal, in cui la voce del singer, a tratti solitaria a tratti accompagnata da una seconda, riesce a essere sempre in prima linea nonostante le chitarre reclamino a gran voce (e a gran volume) il ruolo di primattore.
Dodici minuti che corrono via veloci, senza pesare e senza annoiare, per un lavoro che lascia comunque sia, nel suo piccolo, un segno, soprattutto per chi gli anni d’oro del Thrash non li ha dimenticati. Da provare

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