Nonostante siano tanto amati quanto odiati, gli HammerFall raggiungono il traguardo del quinto capitolo, dopo sette anni di successi in fatto di vendite dei loro album. I lavori pubblicati fino ad ora non sono mai stati particolarmente originali, e probabilmente mai lo saranno. Ma questo è allo stesso tempo il segreto del loro successo: prendendo qua e là da Judas Priest, Accept e Helloween riescono a antusiasmare una parte consistente del pubblico metallaro.
Da questi gruppi ereditano sicuramente tanto: dai riff, alle melodie ai ritornelli a tal punto da sfociare quasi nel plagio più spudorato. Comunque basti considerare il fatto che non hanno mai negato il loro amore per i tre gruppi prima citati, e onestamente sarebbe falso dichiarare il contrario, per rendersi conto che non gli mporta nulla di essere originali.

Prendiamo ad esempio “The Templar Flame”; i riff sono di chiara matrice priestiana, ma quando sono sono arrivato a sentire il ritornello mi sono ritrovato involontariamente a canticchiarci sopra le parole di “A Touch Of Evil” della band inglese. Sembra quasi che si siano prima ascoltati la canzone e poi l’abbiano storpiata per scriverne una loro versione. Personalmente penso che sia più una sorta di omaggio che di plagio, o almeno così voglio pensare. Di certo c’è che il risultato non è proprio perfetto, ma fa un certo effetto sentire il brano e cantarci sopra i testi di un’altro brano…
Questo vuole però essere solo l’esempio (forse) più evidente, ma è praticamente impossibile non rintracciare qualcosa di già sentito. Il risultato è nonostante tutto decisamente positivo. Infatti il gruppo svedese riesce sempre a fregarmi in qualche modo, ogni volta che l’ascolto. Riesce a scrivere dei brani con ritornelli talmente ruffiani che mi si stampano subito in mente: semplici, diretti… ma efficaci. Arrivano proprio dove devono arrivare per convincerti a premere nuovamente play sul proprio lettore cd: dentro la mente, in maniera subdola rievocando i brani dei gruppi che ho citato in precedenza.

Come non resistere dunque a “Take The Black”, o all’helloweeniana “Secrets”, o alle cavalcate di “Blood Bound”, o al dinamismo di “Fury Of The Wild”? Sfortunatamente per il gruppo però, ci sono anche alcune canzoni veramente brutte: prima tra tutte la lunga e noiosissima “Knights Of The 21st Century”. Ma non solo. Cans e soci dovrebbero anche evitare di scrivere pseudo ballate, decisamente prive di senso romantico/triste come in “Never, Ever”, anche se riescono a salvarsi parzialmente in “corner” con la medioevaleggiante “Imperial”.

Personalmente ritengo il quinto album del gruppo svedese godibile, spensierato e senza pretese: non vogliono essere degli innovatori nello scrivere brani ma semplicemente continuare sulla strada dei loro gruppi preferiti. Un album che si mantiene sullo stesso livello degli ultimi lavori. Nulla di più, nulla di meno.

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