A vederlo, spaventa. No, non sto parlando delle fattezze intime di qualche attore pornografico particolarmente dotato, ma del primo disco ad opera dei Greensleeves, quintetto prog brasiliano che si produce nella composizione di un album che definire ambizioso è dire veramente poco: 23 brani (molti di questi sono solo semplici interludi che legano i veri pezzi tra loro, c’è da dirlo) per 74 minuti circa di durata complessiva. Conseguentemente si potrebbe tranquillamente smettere di parlare di demo, ma in realtà questa è un’uscita autoprodotta che non gode di distribuzione capillare e la qualità del prodotto non è così alta (a livello di suoni) da poter competere con release veramente professionali. In ogni caso “The Elephant Truth” non è per nulla un brutto disco, ma non è esente da difetti che toccano gli album registrati con budget relativamente ridotti. Anzitutto va preso in considerazione l’aspetto più formale, cioè quello della produzione: essa si presenta con suoni effettivamente poco incisivi e non ben bilanciati, soprattutto per ciò che concerne le parti di batteria, per nulla combattive e tipicamente metal come vorrebbero essere. La seconda cosa che salta all’orecchio sono le chitarre, piuttosto soffocate e prive di mordente, cosa che non giova affatto all’impatto generale della proposta della band. Venendo ai lati positivi, invece, c’è da citare sicuramente l’ottima performance globale del gruppo intero, il quale si staglia su ottimi livelli di precisione e di tecnica. Inoltre va detto che il songwriting è sufficientemente dinamico da non sviluppare quella sgradita e spiacevole sensazione di noia che porterebbe all’abbandono prematuro dell’ascolto dell’opera. Insomma, si sente che il concept dietro i brani di “The Elephant Truth” è stato studiato non poco, anche perché la band è attiva dal lontano 1993 e di tempo ne ha avuto per maturare con tutta la dovuta calma e dedicare il necessario spazio per comporre un valido lotto di canzoni. Arrivando alla conclusione dell’ascolto, ciò che rimane è la classica sensazione da allievo che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita sentendosi dire agli incontri coi professori la tipica frase: “Suo figlio si applica, ma potrebbe fare di più”. Ecco, queste parole calzano a pennello per i Greensleeves, i quali danno vita ad un disco che, se fosse stato registrato meglio e con più mezzi, sarebbe potuto essere annoverato come un validissimo lavoro di prog internazionale in grado di competere con i grandi maestri di tutto il mondo, mentre ora come ora questo quintetto brasiliano rimane solo un gruppo emergente come tanti altri. Certo, la differenza è che molti non possono fregiarsi di una vena compositiva così matura, ma comunque i cinque dovranno dimostrare in futuro di saper crescere e di essere disposti a rischiare nel registrare il loro prossimo lavoro con un capitale maggiore o semplicemente meglio riposto nelle mani di qualche professionista del mixer. Per il resto ci siamo ed aspettiamo buone nuove quanto prima.

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