Parlare dei Green Carnation non è mai cosa semplice. E’ come parlare dell’innovazione mentre sta ancora evolvendosi. E così sono i loro dischi, che partono da quel “Journey To The End Of The Night”, visto come sfogo artistico del poliedricoTchort, passando per l’album-canzone “Light Of Day, Day Of Darkness”, che spaziava dal doom più atmosferico al prog, per vederli arrestarsi, per poco, nei due bellissimi “A Blessing In Disguise” e “The quiet Offspring”. Ma si sa, la fame cresce sempre, e questo nuovo disco ne è la conferma. Il titolo non maschera nulla, ma quello chesentirete non è così immediato come leggere una semplice frase. Iniziamo questo viaggio tra le foglie, con questa trascinante “Sweet Leaf”. Abbandonate qualsiasi strumento possa essere elettrico, se non lo stretto necessario. Seguite le chitarre, che si armonizzano con la bellissima voce di Kjetil, ancora una volta in prestazione maiuscola. Se non vi basta aggiungete un’ottima base di percussioni e il gusto generale della composizione. Il brano è allegro, di gusto e scivola con piacere. Ma ogni traccia è una sorpresa, così la seguente “The Burden is mine…alone”, è una semplicissima ballata malinconica e toccante di voce e arpeggi di chitarra. Ma dannatamente bella. Come a dire che a volte basta poco ma fatto col cuore. “Maybe” invece rimane anch’essa sul filone acustico, ma prosegue in un lento levare tra cori, chitarre, pianoforte per passare nella tensione del climax alla traccia forse più bella dell’album. Gia, secondo chi scrive “Alone” è sicuramente il brano più bello dell’album. Cantato interamente su un poema omonimo di E.A.Poe, le chitarre sono intrecciate sia alla voce che ad uno splendido violino, mai stucchevole, dai tratti folk, che sottolinea con passaggi deliziosi tutto il brano. Il sesto brano invece, è diviso in tre parti, all’interno dei sui 15 minuti. “Part I: My Greater Cause” è l’inizio, un buon brano di voce e chitarra, impostato su toni abbastanza chiaro-scuri, coadiuvato da qualche pizzico di tastiera e percussioni per rendere l’atmosfera. “Part II: Homecoming” prosegue su un buon arpeggio sospeso in un tappeto di tastiere, il tutto interamente strumentale, fino al ritorno del buon Kjetil per la chiusura di “Part III: House of cards”, dove si fa accompagnare di nuovo dagli archi e dai cori per un finale quasi “a cappella” con i cori. Direttamente dal precedente album “The quiet Offspring”,
arriva la strumentale “Childs Play Part III”, prosieguo delle omonime I e II del succitato album. La composizione è incentrata particolarmente sul pianoforte, con qualche inserimento acustico delle chitarre e di leggeri synth. Chiude l’album “High Tide Waves”, un brano eclettico, che riassume tutte le sperimentazioni in corso all’album, passando da cori inquietanti fino alla dolcezza dei violini, fino a schitarrate oscure e più metalliche all’orecchio, passando sullo splendido assolo acustico, e chiudendosi nella maniera piu dolce e inaspettata, sfumando nel nulla.

C’è altro da aggiungere? Se siete fan della band norvegese avrete sicuramente gia in mano questo cd, se non lo siete, ma amate cercare di ascoltare cose nuove e stimolanti,beh il consiglio di poterlo ascoltare almeno una volta. Non ve ne pentirete.

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