Ci risiamo: dopo l’ignobile periodo degli asfittici tributi, dopo la purtroppo non ancora del tutto cessata moda delle pompose “Metal Opere” sembra essere ora il turno dei dischi interamente dedicati alle cover, parzialmente inutili anche loro naturalmente, soprattutto se non si è dei fan del gruppo e/o si conoscono le versioni originali dei brani di volta in volta coinvolti.

“Revisiting Familiar Waters”, perlomeno l’85% del disco, potrebbe in verità essere considerato un antenato di queste nuove produzioni. Il disco, escludendo le ultime due tracce, è infatti la riproposizione di materiale registrato nel lontano 1989 e già pubblicato nel 2002, in Europa col titolo di “The Final Cuts” per la francese Axe Killer, negli Stati Uniti con quello di “Recover” per la Cleopatra (con la tracklist modificata ed uguale a quella qui presente), ma se viene riesumato esattamente in questo momento, più o meno contemporaneamente ad altri dischi di cover (Michael Schenker, George Lynch, L.A. Guns giusto per citarne alcuni) francamente mi sembra difficile pensare solamente ad un caso. Tra l’altro, per la cronaca, sempre per la Cleopatra e quindi per il mercato americano dovrebbe già essere uscito un doppio dal titolo “Double Dose” che oltre al già citato “Recover” include “Great Zeppelin”, il tributo dedicato dal gruppo americano ai padri di tutti noi.

Ad ogni modo, parliamo un po’ di questo “Revisiting Familiar Waters”. Il materiale riproposto è estremamente godibile: si va dai Cult di “Love Removal Machine” al Robin Trower di “Lady Love”, passando per Free, Status Quo, AC/DC, Bob Dylan (il titolo esatto è però “Tangled Up In Blue”), Badfinger (anche qui, è “No Matter What”), Rolling Stones, per un totale di 48 minuti davvero ben assemblati e frizzanti che scivoleranno via piacevolmente e vi permetteranno, se ancora non li conoscete, di apprezzare un gruppo forse qui da noi fin troppo snobbato e che nel 1989 era decisamente in piena salute.
Il disco per me, ma non solo come vedrete, finisce qui, alla traccia numero dodici. Gli ultimi due brani infatti, “gli aberranti ed eretici remix di “Unchained” dei Van Halen e della già presente “Sin City”, sono così fuori luogo e privi di senso da risultare a dir poco fastidiosi e tali da far tranquillamente decadere il valore di qualunque disco di qualunque genere, passato, presente e futuro” (cit. il collega di redazione Vincenzo “TheJack” Tiziani) e per questo per la valutazione del disco non li prendo nemmeno in considerazione.

In definitiva cosa dire che non abbia già espresso in precedenza tra le righe e non? Le cover sono piacevoli e meritano, soprattutto se siete dei fan del gruppo di Huntington Beach: per tutto il resto fate voi.

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